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sabato 11 aprile 2020

La deposizione di Gesù, Colui che ci offre la vita nuova

  • IL BELLO DELLA LITURGIA

La deposizione di Gesù, Colui che ci offre la vita nuova

Conservata nella Cattedrale di Parma, questa Deposizione fu realizzata nel 1178 dallo scultore Benedetto Antelami. La Croce divide l’opera esattamente a metà, separando l’umanità illuminata dal sole, alla destra di Cristo, da quella immersa nella tenebra lunare. E Lui, il Crocifisso, ha le braccia spalancate, che sembrano volerci contenere nel suo amore.
Benedetto Antelami, Deposizione, Parma - Cattedrale di Santa Maria Assunta
“Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per coloro che gli obbediscono”. (Eb 5, 8-9)

Sono scarse le notizie documentarie rispetto a Benedetto Antelami: ancora più preziosa risulta essere, dunque, l’epigrafe della Deposizione conservata nella Cattedrale di Parma, firmata e datata dal suo artefice. Vi si legge che nel 1178 l’opera fu realizzata dallo scultore Benedictus Antelami, rivelando quest’ultima annotazione la provenienza del maestro, la Val d’Intelvi che, a nord del territorio comasco, era stata patria anche dei maestri campionesi, protagonisti insieme al nostro autore del processo di modernizzazione gotica delle arti figurative. Il tutto avvenne, si legge, nel “mense secundo” di quel preciso anno, dunque aprile, essendo marzo il primo nella computazione del tempo medievale. Forse proprio durante la Settimana Santa.
Il rilievo è scolpito su una lastra di marmo rosa di Verona, l’unica superstite delle tre concepite per la decorazione del pulpito, andato poi distrutto, della Cattedrale: oggi si può ammirare lungo il braccio meridionale del transetto. Nel suo rigore compositivo, quasi ieratico, la scena, incorniciata da classici motivi floreali incisi con l’antica tecnica del niello, si rivela densa di significativi rimandi. La Croce la divide esattamente a metà, separando l’umanità illuminata dal sole, alla destra di Cristo, da quella immersa nella tenebra lunare, in posizione simmetrica.
Figure simboliche si aggiungono ai personaggi storici. Due piccole donne, ai lati del Crocefisso, personificano la Chiesa, trionfante con lo stendardo alzato, e la Sinagoga: a quest’ultima l’arcangelo Raffaele fa chinare il capo, in segno di sottomissione al Messia che ha, infine, compiuto la Sua promessa. Il suo vessillo è ripiegato a terra con l’asta spezzata: ha gli occhi chiusi perché non ha saputo “vedere”.  Come non hanno creduto i soldati romani che, lì accanto, si giocano a dadi la tunica di Gesù. Uno solo tra loro, il centurione armato di spada e di scudo, alza la mano e lo sguardo in direzione di Cristo. L’incisione didascalica ci riferisce le sue parole: vere iste Filius Dei erat, “veramente costui era Figlio di Dio”.
Noi lo sappiamo e lo sapevano anche quelli che occupano lo spazio a destra della Croce: le pie donne, la cui presenza evoca la Resurrezione, e san Giovanni, il discepolo prediletto, preceduto da Maria che, colma di amore e di dolore, si porta al viso il braccio del Figlio deposto. Altrettanto commoventi sono i gesti di Giuseppe d’Arimatea che bacia il costato del Cristo, e di Nicodemo, arrampicato sui pioli di una scala, intento a estrarre il secondo chiodo dalla mano di Gesù.
Al centro di tutto c’è il Crocefisso, scolpito più grande, in proporzione, rispetto agli astanti. Su di Lui è calamitato il nostro sguardo, e sulle Sue braccia che, spalancate, sembrano volerci contenere nel Suo amorevole abbraccio che il sacrificio appena compiuto rende ancora più potente. Almeno quanto la Vita, d’ora in poi nuova, che già ricomincia nelle gemme del legno della Croce, preannunciando la Resurrezione.

Che faranno i Paesi poveri se i "ricchi" si ammalano

Che faranno i Paesi poveri se i "ricchi" si ammalano

Anche in piena epidemia Oxfam non cambia musica: chiede ai Paesi ricchi di aiutare quelli poveri a combattere il coronavirus. Ma la Ong non si chiede perché i Paesi poveri siano poveri. La risposta si trova nel tribalismo, nella corruzione e nella violenza delle loro classi dirigenti. Sarebbe meglio chiedere a loro i soldi necessari.
Oxfam, cassoni nell'acqua alta
Oxfam, la confederazione di organizzazioni non profit impegnata dal 1942 a combattere la povertà, lancia una raccolta di firme per rivolgere ai leader del G20 cinque richieste: garantire l’accesso gratuito alla sanità per tutti; sostenere la diffusione delle pratiche per prevenire il coronavirus; raddoppiare la spesa sanitaria degli 85 Paesi più poveri del pianeta finanziandoli con aiuti e la cancellazione del debito; assumere e formare 10 milioni di nuovi operatori sanitari; rendere vaccini e terapie un bene pubblico globale.
In sostanza Oxfam vuole che i Paesi industrializzati si assumano, ancora una volta, l’onere di aiutare quelli in via di sviluppo. È con il loro denaro, in realtà soprattutto quello di una parte dei Paesi – Stati Uniti, Stati europei, Unione Europea – che da sempre l’Ong combatte la povertà attraverso l’erogazione di aiuti umanitari e la realizzazione di progetti di sviluppo.
In realtà però gli aiuti umanitari non sconfiggono la povertà, ne attenuano i disagi fornendo ai poveri ciò che non sono in grado di procurarsi. Se l’assistenza viene meno, chi la riceveva ripiomba nello stato di indigenza. In altre parole, chi viene aiutato resta povero, ma risente meno della mancanza di risorse. I progetti di sviluppo invece se hanno successo consentono alle persone alle quali sono indirizzati di diventare autosufficienti. Tuttavia molti progetti, sia per oggettive difficoltà sia, e più ancora, per scelte ispirate da ideologie antioccidentali – ostilità nei confronti del mercato, del modo di produzione capitalistico, del modello di vita occidentale – sono concepiti per superare la soglia di povertà, aggiungendo qualche risorsa a quelle limitate, irregolari e incerte che l’economia di sussistenza produce. Quindi chi ne beneficia continua ad avere bisogno di aiuto nella vita quotidiana e all’insorgere di difficoltà.
Quando si aggiornano i dati sulla povertà, seppure con giusta soddisfazione per il suo costante calo, non si spiega che chi ne supera di poco la soglia non è comunque in grado ad esempio di acquistare un paio di occhiali da vista, curare i denti, abitare in case e quartieri salubri e difficilmente si riprende da un incidente o riesce ad affrontare con i propri mezzi una crisi.
Ad aggravarne la situazione, la maggior parte delle persone di cui Oxfam e altre organizzazioni internazionali impegnate in interventi umanitari si preoccupano – Ong, agenzie Onu, fondazioni… – sono povere perché vivono in paesi male amministrati, in cui assistenza e previdenza sociale funzionano poco o sono assenti, in cui molte difficoltà dipendono dall’incuria, se non peggio, di chi controlla l’apparato statale: più che dalla mancanza di risorse, dal loro uso sconsiderato. Casi esemplari sono lo Zimbabwe, annichilito da decenni di politiche economiche deliranti, il Sudan del Sud, scampato alla persecuzione di un governo criminale solo per piombare due anni dopo la secessione dal Sudan in un cruento conflitto tribale, la Guinea Equatoriale, da 41 anni governata da una famiglia che considera e usa i proventi del petrolio di cui il paese è ricco come proprio patrimonio.
Per restare in Africa, ma vale per paesi di altri continenti, oltre agli scontri politici, religiosi, tribali che aprono crisi sociali ed economiche, governi e istituzioni sono responsabili delle emergenze sanitarie che sono conseguenza di condizioni abitative e di lavoro malsane, di denutrizione e malnutrizione e di sistemi sanitari inadeguati. Il fattore umano inoltre è all’origine anche di emergenze dovute a fenomeni atmosferici avversi di cui moltiplica i danni. Negli 85 Paesi più poveri del pianeta centinaia di milioni di persone si ammalano e molte muoiono a causa di malattie altrove scomparse o curabili e di cui è possibile prevenire l’insorgere, altrettante subiscono impotenti e abbandonate a se stesse inondazioni, siccità, uragani, persino invasioni di locuste.
Nella Repubblica democratica del Congo oggi le epidemie da combattere sono cinque: oltre al Covid-19, la malaria che nel 2019 ha colpito 1,5 milioni di persone, il colera, che è endemico, e di cui lo scorso anno si sono registrati più di 30mila casi, il morbillo che nel 2019 ha ucciso più di 6mila persone, in gran parte bambini, e ne ha contagiate 310mila, e infine Ebola,comparso nell’est nell’agosto del 2018 e forse finalmente sconfitto perché dal 3 marzo non si registrano contagi, ma devono trascorrere 42 giorni senza nuovi casi per esserne sicuri. L’Oms, in collaborazione con Unicef, Medici senza frontiere e altri organismi, nel 2019 in Congo ha vaccinato contro il morbillo 18 milioni di bambini, ha fornito mezzi, denaro e servizi rivolti alla popolazione e ha formato 60 operatori sanitari alle dipendenze del ministero della sanità congolese, ora in grado di svolgere una serie di servizi e attività. Per Ebola, Oms, Msf e altre Ong hanno creato dal nulla presidi, ambulatori, postazioni mobili, aiutati per la prima volta da un vaccino che ha consentito di contenere l’epidemia, il numero di ammalati e le vittime.
Che ne sarà di queste e di tutte le altre emergenze umanitarie precedenti al coronavirus, niente affatto risolte, ora che ogni Paese del pianeta deve pensare a mettere il proprio sistema sanitario in grado di far fronte all’epidemia e deve usare le risorse di cui dispone per arginare la crisi economica e sociale generata dal virus? Oxfam le firme dovrebbe raccoglierle per sollecitare i governi degli 85 Paesi più poveri a soddisfare le sue richieste. Dovrebbe farlo perché per la maggior parte non sono affatto Paesi poveri, al contrario. Dovrebbe farlo perché sarebbe giusto. Non lo fa perché sa che non gli darebbero ascolto e perché è abituato a pensare che debbano e possano provvedere i Paesi “ricchi”, come hanno sempre fatto.

Contro la povertà, Fernandez chiede aiuto ai preti

Contro la povertà, Fernandez chiede aiuto ai preti

Il presidente Fernandez chiede aiuto ai “Curas de villeros” di Buenos Aires, i sacerdoti che si prendono cura dei poveri, per capire il disagio sociale e intervenire adeguatamente contro la povertà. E sono gli stessi preti che hanno preso una posizione molto forte contro l'aborto, che lo stesso Fernandez sostiene.
Il progressista abortista Fernandez ricorre ai poveri parroci delle favelas di Buenos Aires per capire il disagio sociale e conta su di loro per alleviare le sofferenze dei più poveri e deboli. L’incontro convocato dal Presidente Fernandez lo scorso 25 marzo ed il seguito dei colloqui potrebbe segnare una svolta più generale? Facciamo un  passo indietro.
I “Curas de villeros” della grande regione di Buenos Aires, veri servitori degli ultimi, dei poveri e dei derelitti delle favelas della capitale argentina, con la veste lacerata dalla polvere, per dirla con Papa Francesco, nelle scorse settimane avevano per l’ennesima volta presentato un proprio documento durissimo e chiarissimo contro l’aborto e a favore della maternità, dopo aver presentato le loro posizioni lo scorso anno durante le discussioni parlamentari. Lo scorso 13 Marzo, dopo la decisione di Fernandez di accelerare la discussione e approvazione della liberalizzazione dell’aborto (poi sospesa per la pandemia), i “Curas de Villeros” avevano presentato un appello urgente e fermo contro l’aborto e la promessa di legalizzarlo da parte di Fernandez. Il testo, intitolato "Prendersi cura della vita, costruiamo i nostri quartieri: alcune considerazioni sul dramma dell'aborto", era stato presentato nella parrocchia di Caacupé, un quartiere di Buenos Aires a Barracas. «Vogliamo ancora una volta sottolineare l'impegno e l'apprezzamento della vita delle donne povere». In questo senso, sottolineano che «le donne dei nostri quartieri sono profondamente progressiste; non si lasciano sedurre dall'individualismo e assumono i valori della comunità nelle loro decisioni. Quando una donna umile dei nostri quartieri fa la prima ecografia, non dice “vado a vedere in che stato è l'embrione o questo mucchio di cellule” , ma dice “vado a vedere come sta mio figlio”. Quanto solida può essere la difesa di una vita umana se una legge può definire quando può essere eliminata o meno?».
I sacerdoti dei quartieri poveri dell'area metropolitana, dopo l’invito ricevuto, hanno informato il presidente Alberto Fernández che la pace sociale dipenderà seriamente dal rafforzamento dell'aiuto alimentare, ma anche economico. Lo hanno fatto durante un pranzo di circa due ore che ha condiviso con il presidente nella residenza presidenziale di Olivos. Non hanno taciuto nulla, nemmeno la loro ferma convinzione che l’aborto sia un omicidio inaccettabile e che la dignità umana inizi dal concepimento e termini con la morte naturale, anzi hanno ancora una volta ribadito che la loro missione e azione dipende dalla verità del Vangelo e dalla convinzione profonda di queste evidenze umane, oltreché che princìpi non negoziabili.
La situazione nei villaggi della regione di Buenos Aires, a seguito della quarantena nazionale dovuta all'avanzamento del coronavirus,  è una delle questioni che maggiormente preoccupano il Presidente Fernandez. Per questo motivo, ha deciso di convocare una delegazione di sacerdoti che sono in missione nelle favelas e nei quartieri più poveri dell’ampio tessuto urbano della capitale, i “curas de villeros”. Il loro impegno era già salito alle cronache nazionali ed internazionali lo scorso anno, quando erano stato ascoltati dal Parlamento ed avevano espresso con forza e chiarezza la loro assoluta contrarietà ad ogni legalizzazione dell’aborto. «Gli abbiamo detto che la pace sociale ha molto a che fare con l'aiuto fornito», ha dichiarato al Clarin uno dei parroci più attivi, il padre Pepe Di Paola, che lavora in una parrocchia situata in un enorme insediamento di José León Suárez, nel nord-ovest della Grande Buenos Aires.
Il padre De Paola ha affermato che il dialogo è stato "molto cordiale e rigoroso", durante il quale sono state analizzate "le difficoltà" negli insediamenti e le "modalità di soluzione". Inoltre, ha spiegato che i sacerdoti lo hanno esposto a tutto ciò che stanno facendo di fronte alla crisi sanitaria, come ad esempio la fornitura di letti nelle loro strutture per gli abitanti dei villaggi più anziani, che sono i più vulnerabili. Da parte sua, il padre Nicolás Angelotti, parroco dei quartieri di Puerta de Hierro e San Petersburgo e il 17 marzo bis, a La Matanza, aveva avvisato prima dell’incontro con il Presidente Fernandez che «se ci sono persone affamate nei nostri quartieri, queste vanno al lavoro senza curarsi di quanto si espongano e espongano tutti al coronavirus». La necessità di sfamarsi e sfamare i propri cari è la prima urgente necessità dei poveri. «Nei nostri quartieri, il problema sociale è unito al problema della salute, devono essere risolti di pari passo. Se non si risolve il problema sociale, non saremo in grado di prenderci cura della salute», ha sottolineato. E ha ricordato che «stiamo ricevendo un numero di nonni negli spazi comuni che abbiamo allestito come ospedale da campo». Questa è la Chiesa-Ospedale da campo reale, di cui spesso ha parlato Papa Francesco, nessun cedimento né ambiguità sui principi non negoziabili e servizio totale ai deboli e poveri.
In pochi giorni il coronavirus ha trasformato le cappelle e le scuole parrocchiali in mense o rifugi per gli anziani. «È l'alternativa che offriamo ai nonni che vivono affollati» nelle loro case, dice un sacerdote del villaggio che lavora nella Grande Buenos Aires. «Per quanto riguarda i nonni, cerchiamo di assicurarci che siano il più possibile sotto controllo medico», risponde. «Per quanto riguarda il cibo, stiamo distribuendo un numero crescente di vivande in contenitori usa e getta», aggiunge.C’è chiara la consapevolezza che la situazione potrebbe complicarsi se lo Stato non aumentasse gli aiuti alimentari e persino gli aiuti economici, come hanno spiegato tutti al Presidente Fernandez. «E’ necessaria anche una comunicazione realistica, senza messaggi frivoli», da parte delle autorità.
Questo incontro con i “Curas de Villeros" potrebbe segnare un cambiamento reale nel Presidente Fernadez, non solo per le politiche contingenti del Governo, ma anche per le politiche future, a partire dalla difesa della vita umana sin dal concepimento. Vedremo se sarà così, tuttavia c’è un dato da rilevare: Fernandez ha scelto il realismo, incontrato i più acerrimi oppositori alla liberalizzazione dell’aborto e non invece le grandi lobbies femministe e dei “diritti umani”’. Queste ultime in Argentina, come nel resto del mondo, hanno perso la lingua e certo non si sporcano le mani con vecchi, donne e bambini “infetti” e poveri.
Contro la povertà, Fernandez chiede aiuto ai preti

mercoledì 4 marzo 2020

Noi europei, non la Turchia, siamo causa dei nostri mali

Siamo pronti ad accusare la Turchia per i suoi ricatti, con la spinta dei profughi siriani verso la Grecia siamo di nuovo in emergenza. Ma cosa ha fatto l'Ue finora? Assente nella crisi siriana, assente in quella libica, assente nella contesa delle risorse di Cipro, ha promesso mari e monti a Erdogan senza darglieli. E adesso cosa pretendiamo?


Ora siamo tutti pronti ad imputare ad Erdogan e alla Turchia colpe e ricatti, ma siamo stati noi europei a non prendere sul serio né la Turchia, né noi stessi. Siamo seri, la politica europea è ‘sottozero’, ci siamo auto convinti di esser l’autorità morale del mondo, abbiamo abbandonato il Mediterraneo ed i suoi conflitti, ora siamo risentiti con la Turchia? Siamo noi la causa dei nostri mali e ora cerchiamo un capro espiatorio? Andiamo con ordine.
Iran, Russia e Turchia da anni hanno promosso l’iniziativa del Gruppo di Astana dal 2016 per sconfiggere l’Isis e ristabilire un processo di riforme costituzionali  e di pacificazione in Siria. L’Europa non ha mosso un dito e, per dire il vero, alcuni Paesi europei ci hanno messo impegno per far saltare a tutti i costi Assad, anche favorendo l’Isis. Da qualche settimana si susseguono scontri tra esercito siriano, russi, turchi e sacche di terroristi. L’Europa dovrebbe sostenere la ripresa degli accordi e delle collaborazioni invece…nulla. La Siria è lontana? Non lo penso, tuttavia se guardiamo alla Libia, pochi chilometri dalle coste italiane, la situazione non è per nulla cambiata. Non se ne parla, ma gli scontri proseguono e nemmeno lì l’Europa pare abbia un gran ruolo politico da giocarsi. Lunedì 2 marzo si è dimesso l’inviato dell’Onu, Ghassan Salame, per ‘stress e mancanza di sostegni reali ai suoi tentativi di pacificazione’.
È vero, la Libia è al confine, ma che dire allora della vera e propria guerra sulle risorse petrolifere dell’isola di Cipro, contese ed estratte sia dalla Turchia, sia da Cipro stessa sin dal 2018? Cipro fa parte della UE, eppure la UE ha fatto ben poco per difendere le ragioni di un suo paese membro nei confronti della Turchia. Dunque, riassumendo: in pochi anni l’Ue non ha agito né in conflitti mediterranei, né a ridosso dei suoi confini, né in difesa di un proprio Paese membro. Ha descritto bene il pericolo di nuova crisi dei migranti dai confini turchi verso Grecia e Bulgaria, un articolo di giorni orsono scritto da Gianandrea Gaiani. Sono questi i giorni in cui la minaccia di Erdogan sta diventando realtà, ma prima di accusare la Turchia, guardiamo a noi stessi e agli accordi infranti e non rispettati dall’Europa e, permettetemi, facciamoci una domanda: noi, qualunque Paese europeo, come si sarebbe comportato al posto della Turchia?
Ebbene, il 16 marzo 2016 l’Ue e la Turchia firmavano un accordo che prevedeva diversi punti: 1. viaggi senza visto per i cittadini turchi e revisione dell'Unione doganale; 2. Elargizione di 6 miliardi di euro di assistenza finanziaria al governo turco per finanziare progetti per i rifugiati siriani a fronte dell’impegno turco di trasformare sue intere regioni in ‘hot-spot’ per impedire ai migranti irregolari di recarsi in Europa. Tutti i fondi dovevano essere trasferiti entro la fine del 2018, ma finora la Turchia non ha ricevuto nemmeno la metà di tale importo. La Turchia ospita già quasi 4 milioni di migranti dalla sola Siria, più di qualsiasi altro Paese al mondo, e ha speso oltre 40 miliardi di dollari (36 miliardi di euro) per i rifugiati; 3. L'accordo Ue-Turchia includeva il riavvio del "processo di adesione ad un ritmo accelerato". Tre promesse che non sono state e forse nemmeno potevano essere mantenute. L’Europa non è stata seria.
Eppure dalla firma dell’accordo il numero di attraversamenti nel Mar Egeo era diminuto del 97% ed è ripreso solo qualche giorno fa. Viviamo giorni caldissimi, non solo per la rinnovata crisi ai confini europei, la riapertura delle frontiere turche, la ripresa dei viaggi verso l’Europa di siriani, afghani, africani etc. Il 3 e 4 febbraio ad Ankara ci sono incontri tra il capo della politica estera europea Josep Borrell, il commissario europeo per la gestione delle crisi, Janez Lenarcic, il Ministro degli Esteri Turco Mevlut Cavusoglu ed il Governo di Ankara. Migliaia di migranti spingono alla frontiera turca di Pazarkule, dopo esser stati sfollati a causa degli scontri sul confine siriano, e cercano via mare di attraversare i pochi chilometri di costa con la Grecia. In questi stessi giorni, i vertici delle massime istituzioni europee (Sassoli, Michel e Von der Leyen) visitano la Grecia per rendersi conto della situazione ‘allucinante’ che quel paese sta cercando di governare a nome e per conto dell’intera Europa. Solo lunedì 2 Febbraio, erano stati 117.677 i migranti che avevano lasciato la Turchia per l’Europa. La Grecia sta agendo come può, ha inviato l’esercito a presidiare i confini, arresta i migranti irregolari che trova sul proprio territorio, ha sospeso ogni richiesta di asilo.
Al momento è il solo Presidente degli Usa Trump ad aver appoggiato la scelta del Primo Ministro greco Kyriakos Mitsotakis di agire in difesa dei propri confini. Il Primo Ministro austriaco Kurz accusa la Turchia di ‘attaccare’ l’Europa, il nostro Salvini si dice allarmato per le immagini di una Tv turca sulle rotte per giungere in Italia ma l’Europa quale scelta ha lasciato alla Turchia? Nessuna. Coronavirus, Bilancio Pluriennale, Piano Verde, Politica economica emergenziale e Politica Estera sinora sono cinque i buchi neri che stanno facendo affondare ogni speranza di futuro europeo. La ‘banda dei visionari’ che governa l’Europa ci sta portando a fondo, nessuna persona di buon senso può immaginare che altri Paesi fuori dall’Europa, inclusa la Turchia, vogliano sacrificare i destini dei propri popoli e governi per salvarci dal suicidio. Né si può pensare di sacrificare, per la seconda volta in un decennio, la Grecia sull’altare europeo. Ieri dopo un mese di resistenza solitaria della Grecia, i responsabili delle istituzioni europee hanno dichiarato la loro solidarietà e promesso qualche soldo al Paese, un passo avanti ma insufficiente. Non c'è da stupirsi dalla raffinatezza e chiara strategia turco-ottomana, che noi stessi europei abbiamo promosso, c'è da rimanere affranti dalla tragica fine europea che stiamo vivendo con gaia e superficiale rassegnazione.Noi europei, non la Turchia, siamo causa dei nostri mali

Distratti dall'epidemia, intanto ci impongono il bavaglio dell'omofobia

Nel bel mezzo dell'emergenza da epidemia, la maggioranza giallorossa forza tempi e regolamento per approvare la proposta di legge Zan sull'omofobia. Pillon denuncia: «Fino a un anno e mezzo di carcere per chi critica l'omosessualismo o per i papà che si oppongono al gender nelle scuole. Audizioni cancellate: inaccettabile violazione della democrazia». Al via la campagna di Pro Vita & Famiglia. Ma per #restareliberi servirà una mobilitazione massiccia.

“La maggioranza giallorossa sta facendo passare il reato di omofobia mentre il Paese è distratto dal Coronavirus”. L’allarme arriva dal senatore leghista Simone Pillon (in foto) che denuncia alla Nuova BQ il comportamento della maggioranza di Governo nello scavalcare le opposizioni e nel voler arrivare il più presto possibile in aula con un progetto di legge che è “una bomba che esploderà sulla libertà di pensiero e di parola per chiunque non si piegherà al diktat omosessualista”.
La Scalfarotto fu fermata al Senato e prevedeva le stesse norme di oggi, poi nel 2018 è entrata in vigore una modifica del codice penale che ha introdotto i reati di odio razziale e li ha messi nell’articolo 604 bis e ter. La proposta Zan vuole aggiungere come motivazioni anche quelle legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere, cioè la transessualità. E in questo modo l’omofobia diventerebbe a tutti gli effetti reato.
Zan era il secondo firmatario della Scalfarotto, ma a questo testo sono stati affiancati altri tre testi, uno a firma dello stesso Scalfarotto e l’altro della Boldrini.
«Dai testi emerge un quadro allucinante - dice Pillon -. Se passasse il testo unificato, avremmo da una parte l’impossibilità di esprimersi circa il gender nelle scuole perché chiunque alzasse la voce contro le drag queen di Roma e Bologna - per fare un esempio recente dalla cronaca - sarebbe immediatamente messo sotto processo per istigazione all’odio contro i transessuali e se fosse condannato sarebbe anche condannato al carcere e alla pena accessoria di svolgere lavori socialmente utili nelle associazioni degli omosessuali».
Sulla “correzione” di regime - prevista anche nella Scalfarotto - stavolta sarebbero stanziati 4 milioni di euro per i centri anti violenza dei transessuali e sempre sul versante educativo dell’imposizione culturale ci sarebbe anche l’istituzione di una Giornata contro l’omofobia e la transfobia con tanto di obbligo per le scuole di fare attività inerenti al tema.
«Ci siamo opposti come Lega e abbiamo presentato per le audizioni alcuni autorevoli esponenti della società civile». Ma, una volta presentato l’elenco, è arrivata la doccia fredda da parte di Francesca Businarolo, presidente della II Commissione Giustizia della Camera: «Dopo averci chiesto di ridurre la lista ad appena una ventina di nomi, ne hanno ascoltati appena 3 e poi hanno stralciato i restanti».
Il motivo? «Vogliono chiudere le audizioni appena iniziate per portare il testo in aula entro fine mese», prosegue il leghista.
Pillon rimarca la violazione dei più basilari principi democratici: «Quando ci sono state le audizioni sugli affidi condivisi abbiamo ascoltato 120 persone. C’è voluto il suo tempo, ma è stato fatto».
Quello delle audizioni è un passaggio fondamentale per consentire ai deputati di comprendere i contorni della vasta campagna ideologica che si sta facendo sull’omofobia. E per l’occasione Pillon aveva coinvolto una settantina tra giornalisti, psicologi, pedagogisti, psichiatri, educatori, docenti universitari, avvocati, magistrati e medici. «Si tratta di persone assolutamente autorevoli, ma la maggioranza Pd-Cinque Stelle ha deciso di silenziare tutto. Tutto questo è inaccettabile», ha rimarcato Pillon che ha ribadito come questa censura sia «un attacco liberticida, una vergognosa compressione delle regole democratiche che denota la volontà della maggioranza di governo di non voler fare i necessari approfondimenti su una legge che andrà ad impattare su alcuni dei principali diritti costituzionali come quello della libertà di educazione e di parola».
Ricordiamo che la proposta di legge prevede il carcere fino a un anno e mezzo e fino a 6000 euro di multa per chi venisse ritenuto colpevole di omofobia, reato di per sé aleatorio, da dimostrare, e non per via ideologica. Ad essere esposti sarebbero tutti: giornalisti, educatori, attivisti pro family «ma anche genitori - insiste il Senatore -: poniamo il caso di un papà che protesta con il preside della scuola di suo figlio per una iniziativa scolastica di chiaro stampo omosessualista. Ebbene, potrebbe essere denunciato dal dirigente scolastico e condannato per omofobia. Ecco perché siamo tutti esposti».
Resta ora da capire quanto la Lega sarà in grado di mobilitare gli altri partiti del Centrodestra su questa battaglia di libertà. Ma non solo. La partita contro il bavaglio di Stato nel nome dell’omosessualismo si gioca anche sulle sponde del movimentismo.
Nel 2013 la Scalfarotto fu fermata perché ampi settori del cosiddetto mondo pro family - principalmente cattolico - si mobilitarono dando sostegno ai pochi deputati e senatori del Pdl che riuscirono nell’impresa di fermare la legge liberticida. Pro Vita & Famiglia oggi sta facendo la sua parte con una massiccia campagna di denuncia, servendosi anche di una cartellonistica come sempre dirompente: «Lo sai che rischi una condanna per omotransfobia se credi che si nasca maschio e femmina e se lo insegni ai tuoi figli? Con l'emergenza coronavirus, la mancanza di letti negli ospedali, l'economia in caos, la priorità per la nostra maggioranza è una legge liberticida? No grazie, #Restiamoliberi è il nostro hashtag, #Restiamoliberi è il nostro appello contro chi vuole toglierci la libertà», hanno scritto Jacopo Coghe e Toni Brandi.Distratti dall'epidemia, intanto ci impongono il bavaglio dell'omofobia

La preghiera ai tempi del Coronavirus. Non diamogliela vinta

I credenti sono chiamati ad osservare tutte le precauzioni per evitare il contagio del Coronavirus, ma anche ad esorcizzare la paura, lo sgomento e lo smarrimento attraverso la preghiera. Tutte le preghiere vanno bene, ma quelle tratte dalla Scrittura o dalla liturgia sono più sicure e formative. Ve ne proponiamo alcune. Non diamola vinta al virus (e al Cornuto). 
Poiché i cristiani anche se non sono “del” mondo sono “nel” mondo, oggi in Italia (del Nord) i credenti sono chiamati ad osservare tutte le precauzioni per evitare il contagio del Coronavirus, ma anche ad esorcizzare la paura, lo sgomento e lo smarrimento attraverso la preghiera. A livello personale le preghiere sono tante, anonime e firmate, di semplici devoti e di santi, di Papi e di Vescovi ecc. Naturalmente vanno tutte bene, ma qui vorrei suggerire tre formule tratte dalle Scritture o dalla liturgia, forse emotivamente un po’ meno calde ma più sicure e più formative, che da qui ognuno potrà acquisire e fare proprie sullo smartphone.
Comincio dal Salmo 90 secondo la Vulgata o 91 nella Bibbia attuale. È il Salmo previsto alla Compieta (preghiera della sera) di domenica nella Liturgia delle Ore. Eccolo:
«Chi abita al riparo dell’Altissimo
passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.
Io dico al Signore: “Mio rifugio e mia fortezza,
mio Dio in cui confido”.
Egli ti libererà dal laccio del cacciatore,
dalla peste che distrugge.
Ti coprirà con le sue penne,
sotto le sue ali troverai rifugio;
la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza.
Non temerai il terrore della notte
né la freccia che vola di giorno,
la peste che vaga nelle tenebre,
lo sterminio che devasta a mezzogiorno.
Mille cadranno al tuo fianco
e diecimila alla tua destra,
ma nulla ti potrà colpire.
Basterà che tu apra gli occhi
e vedrai la ricompensa dei malvagi!
“Sì, mio rifugio sei tu, o Signore!”.
Tu hai fatto dell’Altissimo la tua dimora:
non ti potrà colpire la sventura,
nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
Egli per te darà ordine ai suoi angeli
di custodirti in tutte le tue vie.
Sulle mani essi ti porteranno,
perché il tuo piede non inciampi nella pietra.
Calpesterai leoni e vipere,
schiaccerai leoncelli e draghi.
“Lo libererò, perché a me si è legato,
lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome.
Mi invocherà e io gli darò risposta;
nell’angoscia io sarò con lui,
lo libererò e lo renderò glorioso.
Lo sazierò di lunghi giorni
e gli farò vedere la mia salvezza”». Gloria al Padre...

Pur non conoscendo il Coronavirus, il Salmo parla di qualcosa che è molto simile: una peste e uno sterminio che distruggono, che vagano di giorno e di notte, pericoli reali ma impalpabili. Sembra il panico odierno, ma con una fondamentale differenza: c’è l’assicurazione che Dio ci difenderà se ci affideremo a lui. E tale affidamento è più decisivo che non le guarigioni immediate. Gesù infatti ha portato a compimento questo Salmo consegnando il suo spirito al Padre al momento della morte in croce (cf Lc 23,46). D’altra parte Gesù non ha guarito tutti i malati, ma la raccomandazione di portare la propria croce dietro di lui per avere la vera vita l’ha rivolta a «la folla insieme ai discepoli», «a tutti», a «una folla numerosa» (Mc 8,34; Lc 9,23; 14,25).
Dunque il Salmo darà la pace assicurando che Dio controlla anche il Coronavirus e ce ne libera, ma, anche se dovessimo soccombere, saremo sempre nelle sue mani.
Una seconda preghiera più breve e da ripetere spesso, potrebbe essere:
«Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di noi peccatori».
La formula è un adattamento della preghiera del pubblicano in Lc 18,13, qui al plurale e rivolta a Gesù Cristo. Naturalmente invoca la misericordia e la compassione di Gesù per fermare l’epidemia, ma il cenno a “noi peccatori” evoca la categoria delle disgrazie di questo mondo che a volte - non sempre - possono essere un castigo per la purificazione e la correzione dei peccati; evoca anche in senso più generale il fatto che il rapporto con il mondo e la natura dopo il peccato originale si è guastato e la natura non ci è più sempre e necessariamente amica (cf Gen 3,17-19) e addirittura può danneggiarci a causa della cattiveria umana - il Coronavirus è naturale o costruito? -, essa pure originata dal peccato originale. Tutto questo è placato e lenito dalla richiesta di misericordia rivolta a Gesù Cristo.
Una terza preghiera è di riferimento mariano e qui l’imbarazzo è di scegliere tra mille. Propongo la nobilissima orazione del primo formulario del comune della Beata Vergine Maria del Messale Romano in corso.
Mi permetto di citarla prima in latino perché è di una bellezza ed eleganza inarrivabili: «Concede nos famulos tuos, quaesumus, Dómine Deus, / perpetua mentis et corporis sanitate gaudere, / et, gloriosa beatae Mariae semper Virginis intercessione, / a praesenti liberari tristitia, et aeterna pérfrui laetitia. / Per Christum Dominum nostrum».
In italiano suona così: «Concedi ai tuoi fedeli, Signore Dio nostro, di godere sempre la salute del corpo e dello spirito e per la gloriosa intercessione di Maria santissima, sempre vergine, salvaci dai mali che ora ci rattristano e guidaci alla gioia senza fine. Per Cristo nostro Signore».
Questa preghiera, nella sua elegante semplicità, ci aiuta ad arrivare dove in genere non arriviamo quando siamo oppressi da qualcosa di incombente e urgente come il Coronavirus.
In primo luogo ci invita a chiedere non solo la salute del corpo ma prima ancora dello spirito, in quanto la liberazione dai peccati e un buon orientamento cristiano di vita devono sempre essere richiesti insieme alla liberazione dalle malattie e dalle epidemie e ciò perché il vero ideale cristiano dell’uomo non può limitarsi alla salute del corpo; poi anche perché, come ricordato poco sopra, radicalmente è dal peccato originale che derivano molti guai della nostra condizione concreta.
In secondo luogo la preghiera non si limita alla richiesta di essere liberati dalla “tristezza presente”, ma anche di poter un giorno fruire della “letizia eterna”. In altri termini, neppure in occasione del Coronavirus, non posiamo mai pregare restando unicamente nell’orizzonte di questo mondo e di questa vita, ma siamo invitati a chiedere che la liberazione dai mali presenti si risolva con il rafforzamento di un cammino verso il paradiso. Che senso infatti avrebbe una liberazione dal Coronavirus per intercessione di Maria se poi la liberazione fosse vissuta come un riprenderci la libertà di vivere come prima e magari lontano dal Signore?
In conclusione, «tutto concorre al bene per quelli che amano Dio» (Rm 8,28) e il Coronavirus, da un male oggettivo quale è, può anche essere utilizzato - sia ben chiaro in seconda istanza - per imparare a pregare di più e a perseverare nella preghiera, secondo l’ammonimento dell’Apostolo: «siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie» (1Ts 5,16-18). Può cioè trasformarsi in una “opportunità pastorale”, non cercata ma ben vissuta. Ma se non pregano i cristiani - e in particolare i cattolici -, chi pregherà?
Tra l’altro la preghiera è importante in relazione alla rarefazione delle celebrazioni, alla chiusura delle chiese e alle domeniche senza Eucaristia: non bisogna lasciar crescere la mentalità che in fondo si può vivere lo stesso da buoni cristiani anche con delle domeniche così.
E infine non sarebbe del tutto assurda l’ipotesi - parlo di ipotesi e non di certezza - che, salve tutte le responsabilità, le cause e le consequenzialità naturali e umane, una spintarella al Coronavirus con la prospettiva di dover chiudere le chiese e limitare le celebrazioni, una spintarella, dico, ce l’abbia data anche Qualcuno che abita in un luogo molto caldo, anzi di fuoco, e che ora se la ride. Ma se da questi guai nasce una preghiera più intensa, questo Qualcuno smetterà di ridere. Non diamogliela vinta.
La preghiera ai tempi del Coronavirus. Non diamogliela vinta

sabato 15 febbraio 2020

La Rivoluzione? Menzognera e omicida all'origine

La Rivoluzione? Menzognera e omicida all'origine

La riproposizione de Il Re degli anabattisti, di Friedrich Reck-Malleczwen, è quanto mai attuale. Narrando l'esperimento storico-religioso avvenuto a Münster a partire dal 1534, l'autore mostra come la Rivoluzione prima cambia tutto, poi distrugge tutto e alla fine divora se stessa.
La rivolta degli anabattisti
Lessi Il Re degli Anabattisti (Rusconi 1971) quand’ero studente universitario e ne rimasi scioccato. Avevo appena letto Meccanica della Rivoluzione di Augustin Cochin e qui la vedevo in atto: un luogo circoscritto, tutte le fasi obbligate del processo rivoluzionario fino al suo esito supremo, il suicidio. L’autore, Friedrich Reck-Malleczwen, nato nel 1884, era uno junker prussiano che aveva combattuto nella Grande Guerra e viveva da gentiluomo di campagna nelle sue proprietà di Chiemgau, in quel di Monaco. Qui aveva potuto assistere alla nascita del nazismo e vi aveva riconosciuto gli stessi caratteri demoniaci del cugino-rivale bolscevismo.

Nel 1933, anno dell’ascesa al potere di Hitler, si era fatto battezzare cattolico, perché la Chiesa era l’ultimo baluardo filosofico e morale a quel che stava montando. Quando certi funzionari del nuovo corso si erano presentati al suo cancello per valutare la suscettibilità di interesse pubblico della sua proprietà (leggi: esproprio) li aveva accolti col fucile in mano. Ma quando nel 1937 pubblicò Il Re degli Anabattisti la misura fu colma. Ai nazisti non era sfuggita la metafora sottesa. La tipografia che l’aveva stampata fu distrutta e le copie date alle fiamme.

Nel 1944 l’autore venne arrestato e rinchiuso nel lager di Dachau, dove trovò la morte l’anno seguente. A guerra finita fu ritrovato suo diario, poi pubblicato col titolo Il tempo dell’odio e della vergogna. Il Re degli Anabattisti rivide la luce solo nel 1958 e nel 1971, a Sessantotto scoppiato, all’editore Rusconi parve il momento adatto per riproporlo. E’ un libro fondamentale e formativo, che adesso viene ristampato da Fede&Cultura (pp. 190, €. 19).

La storia, che l’autore ripercorre quasi minuto per minuto, è questa: nel 1534 il “profeta” anabattista Jan Matthys e i suoi seguaci si diressero verso Münster, capitale della Westfalia. Lutero, infatti, aveva aperto il vaso di pandora e ognuno applicava il «libero esame» a modo suo; a nulla era valso (e varrà) a Lutero a quel punto arrampicarsi sugli specchi per far entrare in testa a tutti che l’unica interpretazione giusta della Scrittura era la sua. In breve la predicazione apocalittica di Matthys fece presa e bande di anabattisti conversero da ogni dove (anche dall’Olanda) su Münster, il cui vescovo-principe fu cacciato.

Münster diventa un regno dell’Antico Testamento: si cambiano i nomi alle strade e ai borghi e pure alle persone in senso biblico, si abolisce la proprietà privata perché i primi cristiani mettevano tutto in comune, si frustano gli oziosi, si vieta ogni “lusso” arrivando a stabilire il numero massimo dei bottoni sui vestiti. Matthys, ex fornaio di Haarlem, si era portato dietro l’amante, una ragazzina che aveva praticamente rapito. Cadde mentre incitava i suoi a resistere all’assedio che il vescovo Franz von Waldeck aveva stretto attorno alla città con truppe cattoliche e protestanti (anche i protestanti avevano cominciato a preoccuparsi).

«Libero esame»? Dopo il fornaio, il sarto: Jan Bockelson di Leyda, successore di Matthys. Per prima cosa si incoronò re di Münster, introdusse la poligamia (sempre biblica) e obbligò tutti a sposarsi, monache, preti e frati. Anche chi aveva il coniuge fuori città per lavoro doveva risposarsi. Il «re» si prese sedici mogli, ognuna scelta in base a «rivelazioni». Tutte le torri furono abbattute, perché «ciò che è in alto sia abbassato», tutti i capolavori artistici vennero distrutti, compreso l’orologio della cattedrale. Squadre di moralizzatori entravano nelle case per controllare che i precetti biblici fossero seguiti a puntino.

Per chi sgarrava, il codice penale prevedeva una sola pena: la morte. Un bambino venne decapitato perché aveva dato uno schiaffo a sua madre. A un disgraziato che aveva commesso una trasgressione che lo stesso Bockelson giudicò futile fu tagliata solo mezza testa. E così via, in un crescendo di orrori che raggiunse il parossismo quando l’assedio mise la città alla fame. Si giunse all’infanticidio a scopo alimentare. Il primo esperimento di rivoluzione in un luogo circoscritto durò un anno e mezzo, poi gli assedianti ebbero la meglio e il Re degli Anabattisti fu giustiziato. Ma era solo l’inizio, per questo Reck-Malleczwen l’aveva preso a esempio.
Non a caso Marx e Lenin studiavano con passione le opere degli utopisti precedenti. Karl Kautsky ebbe a dire: «Ci sono cari tutti, dagli anabattisti ai comunardi pa­rigini». Quest’ultimo stimava in particolare Utopia di san Thomas More, non sapendo che questo, quand’era cancelliere d’Inghilterra, aveva firmato il decreto De heretico comburendo in base al quale sei anabattisti (di cui aveva capito la pericolosità) erano finiti al rogo. Morale: la Rivoluzione prima cambia tutto, poi distrugge tutto e alla fine divora se stessa. Mendax et homicida ab initio.

San Claudio de la Colombière

San Claudio de la Colombière

«Io ti manderò un mio servo fedele e amico perfetto», aveva promesso Gesù a Margherita Maria Alacoque, la santa delle straordinarie rivelazioni del Sacro Cuore e delle grazie connesse alla devozione dei primi venerdì del mese, che allora stava vivendo nel tormento perché non creduta. Quell’uomo della Provvidenza era san Claudio de la Colombière
«Io ti manderò un mio servo fedele e amico perfetto», aveva promesso Gesù a Margherita Maria Alacoque, la santa delle straordinarie rivelazioni del Sacro Cuore e delle grazie connesse alla devozione dei primi venerdì del mese, che allora stava vivendo nel tormento perché non creduta. Quell’uomo della Provvidenza era Claudio de la Colombière (1641-1682), che nel 1675 fu scelto come superiore della casa dei gesuiti a Paray-le-Monial e divenne il confessore del vicino monastero della Visitazione dove si trovava Margherita. Il santo aveva da poco professato i voti solenni, al termine del periodo della “terza probazione” sapientemente stabilito da sant’Ignazio di Loyola, e così aveva scritto durante il ritiro spirituale: «Chiedo a Dio che mi faccia conoscere ciò che devo fare per servirlo e per purificarmi».
Terzo di sei figli, quattro dei quali scelsero la vita religiosa, era nato in un villaggio francese da una famiglia profondamente cristiana. A 17 anni si trasferì ad Avignone per iniziare il noviziato nella Compagnia di Gesù, dove nel suo animo si alternarono gioie e aridità legate al distacco dagli affetti e dal mondo, di cui in seguito scriverà: «Gesù Cristo ha promesso cento in cambio di uno, e posso dire che io non ho mai fatto nulla senza aver ricevuto, non cento in cambio di uno, ma mille volte di più rispetto a quanto avevo abbandonato». Il suo talento spinse il superiore generale a mandarlo a studiare teologia a Parigi, dove grazie alle sue virtù intellettive e morali fu segnalato a Colbert, l’economista e allora ministro delle Finanze (sotto Luigi XIV) che lo assunse come precettore dei figli. Intanto, lottava contro il suo amor proprio, offrendosi continuamente a Dio.
Dopo l’ordinazione sacerdotale, completò il cammino ignaziano a Lione e il 2 febbraio 1675 pronunciò i voti solenni. Seguì l’incarico a Paray-le-Monial: i superiori lo scelsero proprio perché sapevano delle visioni di Margherita Maria Alacoque (1647-1690) e ritenevano che Claudio fosse, per pietà e prudenza, la persona giusta per quella delicatissima situazione. Quando il santo si presentò alle visitandine, la giovane suora sentì una voce interiore: «Ecco chi ti mando!». Il gesuita divenne il suo padre spirituale e capì che quell’anima era stata adornata di autentici doni mistici. Durante una Messa, Margherita vide il Sacro Cuore come una fornace ardente in cui erano immersi i cuori dei due santi: «È così che il mio amore puro - le disse Gesù - unisce questi tre cuori per sempre. Questa unione è destinata alla gloria del mio Sacro Cuore. Voglio che tu scopra i suoi tesori, lui farà conoscere il suo prezzo e utilità. A tale scopo, siate come fratello e sorella, condividendo ugualmente i beni spirituali».
Claudio accolse con umiltà ogni rivelazione che lo riguardava e si prodigò instancabilmente, con lo scritto e la parola, per diffondere la devozione al Sacro Cuore di Gesù. Chiese a Margherita di scrivere le sue esperienze mistiche, salvò tante anime dai pericoli dell’eresia giansenista che aveva l’effetto di allontanare i fedeli dai Sacramenti e non si scoraggiò di fronte alle difficoltà che gli erano state preannunciate: «Rivolgiti al mio servo Claudio e digli […] che è onnipotente chi diffida di sé stesso per confidare unicamente in Me», gli aveva comunicato il Signore attraverso Margherita. Dopo 18 mesi di permanenza a Paray, ricevette l’ordine di partire per Londra come cappellano della Duchessa di York, Maria Beatrice d’Este, una cattolica fervente.
Anche in Inghilterra operò meraviglie, riuscendo a convertire molti alla Chiesa. Fu in quell’epoca che il protestante Titus Oates mentì parlando di una «cospirazione papista» ai danni del re e a cui il parlamento diede credito: numerosi cattolici innocenti furono condannati a morte e Claudio fu arrestato per «proselitismo religioso». Quattro anni prima si era visto «coperto di ferri e catene, trascinato in prigione, accusato e condannato per aver predicato Cristo crocifisso». La prigionia minò parecchio la sua salute, già indebolita da una tubercolosi incipiente, ma l’intervento di Luigi XIV gli valse la liberazione e il rientro in Francia nel 1679. Nell’inverno di due anni dopo tornò a Paray-Le-Monial. E poche settimane più tardi, il 15 febbraio 1682, arrivò la sua morte terrena. Così disse santa Margherita a chi lo piangeva: «Smettetela di affliggervi. Invocatelo con tutta la vostra fiducia, perché lui può soccorrerci».

domenica 9 febbraio 2020

La giovane destra italiana per vincere deve guardare al conservatorismo “fusionista” americano

La giovane destra italiana per vincere deve guardare al conservatorismo “fusionista” americanoLa giovane destra italiana per vincere deve guardare al conservatorismo “fusionista” americano di Eugenio Capozzi Mondo 9 Febbraio 2020 0 La conferenza internazionale sul “nazional-conservatorismo” God, honor, country tenuta nei giorni scorsi a Roma, e il successivo viaggio della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni negli Stati Uniti, rappresentano un’occasione per ragionare sul futuro del centrodestra italiano, sulle sue prospettive e sui suoi attuali problemi. La convention del 3 e 4 febbraio – organizzata da una rete di associazioni politico-culturali tra cui spiccano la Edmund Burke Foundation e la Fondazione Herzl, e per l’Italia da Nazione Futura di Francesco Giubilei – ha offerto, attraverso una partecipazione di altissima qualità, un modello molto significativo alla destra italiana, oggi divisa tra l’arrembante “securitarismo” salviniano e meloniano e l’incerta eredità liberale di Forza Italia. Un modello già evidente nelle figure a cui la conferenza è stata dedicata – quelle di Ronald Reagan e di papa Karol Woityla – e che vede nell’asse tra conservatorismo anglosassone e sovranismo centroeuropeo la sua struttura portante: imperniata sulla difesa intransigente e “muscolare” della civiltà occidentale in un mondo globalizzato instabile, pluricentrico ed altamente conflittuale. Una struttura ben sintetizzata a Roma dagli interventi ispirati di pensatori come Yoram Hazony, autore di Le virtù del nazionalismo, e Rod Dreher, autore di L’opzione Benedetto, nonché di leader conservatori come Viktor Orbàn e Marion Maréchal, oltre alla stessa Meloni. Molti sono gli utili insegnamenti che la destra italiana può trarre da quel dibattito. Possiamo riassumerli sommariamente come segue. La prima, fondamentale lezione sta nella consapevolezza che per vincere e governare efficacemente il sovranismo sviluppatosi negli anni Dieci in Europa deve ispirarsi all’unico conservatorismo in grado di rivitalizzare e consolidare le società occidentali: quello di matrice anglosassone, nell’evoluzione che da Reagan e Thatcher conduce a Trump e Boris Johnson. La destra britannica-nordamericana è infatti la sola che in Occidente ha opposto costantemente una efficace resistenza alle ideologie di sinistra, riuscendo a configurarsi come una cultura politica non puramente difensiva, ma propositiva, perché promuove società in cui le libertà individuali e l’appartenenza comunitaria vanno di pari passo. Ciò grazie al fatto che dagli anni Settanta ad oggi in quella famiglia politica si è affermata una linea “fusionista”, cioè una alleanza organica tra liberali/libertarians da un lato, tradizionalisti identitari, prevalentemente di ispirazione etico-religiosa, dall’altro. Alleanza talvolta incrinata, ma sempre rigenerata, della quale appunto Reagan è stato la sintesi più armonica, e che oggi rivive in Trump e in Johnson (in cui convivono l’eredità di Hayek e Friedman e quella di Roger Scruton). Da questo primo punto deriva una serie di conseguenze logiche, che dovrebbero essere bene comprese ed assimilate dalle forze di centrodestra nostrane, pena gravi equivoci e possibili delusioni. 1. Nessuna destra di governo vincente in Occidente può essere anti-mercatista e statalista. Il sovranismo non si può fondare sull’assistenzialismo statale né sull’isolazionismo autarchico. Eventuali misure protezionistiche (come i dazi promossi da Trump) servono non ad uccidere il mercato globale, ma a riequilibrarlo contro le distorsioni operate da modelli di capitalismo illiberale come quello cinese. Tratto comune alle destre conservatrici di governo in economia è, infatti, la liberazione delle energie della società attraverso una politica favorevole alle imprese, all’iniziativa, alla concorrenza, fondata su abbattimento sistematico della pressione fiscale, riduzione della spesa pubblica improduttiva, costi standard nei servizi pubblici: linea condivisa da Jair Bolsonaro come dai sovranisti centro- ed est-europei. Inutile dire, poi, che nel conservatorismo contemporaneo non ci può quindi essere alcuno spazio per concezioni “decrescitiste”, “economie circolari”, versioni anti-capitaliste e anti-umaniste dell’ambientalismo. 2. Simmetricamente, nessuna destra occidentale di governo può sposare una idea radicale, relativistica, puramente individualistica dei diritti civili. Una società che promuove la libertà di scelta e la libera iniziativa degli individui non produce prosperità e crescita senza la stabilità sociale data dalla coesione familiare, dalla lotta alla descrescita demografica e dalla continuità etico-culturale tra le generazioni. Il nazional-conservatorismo non può quindi essere efficace se non adotta un’impostazione identitaria e social conservative, di intransigente difesa della vita e della famiglia: sia attraverso un welfare che incoraggi matrimonio e fertilità, sia opponendosi alle derive biopolitiche relativistiche, come aborto, eutanasia, agenda LGBT di disarticolazione della paternità e maternità, e simili. Le necessarie barriere contro l’immigrazione indiscriminata ed illegale – sostenute da tutte le destre nazional-conservatrici – si inseriscono in questa comune, basilare aspirazione alla conservazione della stabilità culturale e sociale come presupposto per l’effettiva vigenza delle libertà individuali, minacciate dall’astratta ideologia multiculturalista. 3. In politica estera le destre nazional-conservatrici devono necessariamente essere filo-americane: non possono puntare né su un nazionalismo isolazionista né su alleanze imperniate su potenze eterogenee o estranee alla tradizione occidentale, come Russia, Cina o paesi islamici. L’ancoraggio all’alleanza transatlantica è una condizione indispensabile per la difesa della civiltà occidentale, dei suoi princìpi, delle sue possibilità di sopravvivenza e crescita, senza la quale il conservatorismo è privo di senso. Corrispondentemente, la destra sovranista non può che essere schierata a difesa di Israele, avamposto dell’Occidente nel Medio Oriente, della sua sopravvivenza e libertà, della sua possibilità di diventare un modello anche per gli Stati di quell’area. Questo punto – ancora solidamente conservato nell’entourage berlusconiano – sembra essere stato assimilato in maniera soddisfacente dalla Lega di Salvini, e il soggiorno statunitense della Meloni fa ben sperare anche per la sua formazione politica. Si auspica, in questo senso, che la leader di Fdi superi le resistenze che esistono ancora nella sua base e classe dirigente. 4. Infine, una destra nazional-conservatrice di governo non può affidarsi al leaderismo solitario, né alla sola strategia di comunicazione digitale, pur necessaria e inevitabile nella dialettica democratica contemporanea. Essa deve necessariamente puntare innanzitutto sulla formazione culturale capillare, a partire dal basso e dalla dimensione locale, della propria classe dirigente, istradandola verso le matrici solide del conservatorismo “fusionista”. Infatti la pura tecnica politica non è sufficiente oggi, perché in tutto l’Occidente è in corso un grande scontro innanzitutto ideologico e culturale, una “guerra di religione” in cui il nuovo conservatorismo si deve misurare con un avversario – la sinistra liberal – che detiene gran parte delle fonti più influenti della cultura di massa e impone la propria egemonia ad un livello persino psicologico. Da questo punto di vista la destra – anche in Italia – parte da una situazione incoraggiante: la grande ricchezza di associazioni, think tank, circoli culturali, case editrici, siti e pagine social di varia area conservatrice che oggi esiste, produce idee, promuove ricerche e dossier, in molti casi si impone nel dibattito politico, ed è formata in gran parte di giovani, spesso giovanissimi, appassionati ma anche informati e colti. I vertici dei partiti di centrodestra hanno oggi il compito vitale, e la grande responsabilità, di favorire un organico collegamento in rete tra questi soggetti, di stabilire una salda connessione con loro, di ascoltarli e insieme formarli: in modo da dotare finalmente la destra italiana – che su questo punto dal primo berlusconismo in poi ha sempre avuto molte difficoltà – di un nucleo attivo consapevole, non improvvisato, in grado di sostenere le durissime sfide politiche che la attendono senza farsi risucchiare o emarginare dalla cultura imperante del progressismo relativista.

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La conferenza internazionale sul “nazional-conservatorismo” God, honor, country tenuta nei giorni scorsi a Roma, e il successivo viaggio della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni negli Stati Uniti, rappresentano un’occasione per ragionare sul futuro del centrodestra italiano, sulle sue prospettive e sui suoi attuali problemi.
La convention del 3 e 4 febbraio – organizzata da una rete di associazioni politico-culturali tra cui spiccano la Edmund Burke Foundation e la Fondazione Herzl, e per l’Italia da Nazione Futura di Francesco Giubilei – ha offerto, attraverso una partecipazione di altissima qualità, un modello molto significativo alla destra italiana, oggi divisa tra l’arrembante “securitarismo” salviniano e meloniano e l’incerta eredità liberale di Forza Italia. Un modello già evidente nelle figure a cui la conferenza è stata dedicata – quelle di Ronald Reagan e di papa Karol Woityla – e che vede nell’asse tra conservatorismo anglosassone e sovranismo centroeuropeo la sua struttura portante: imperniata sulla difesa intransigente e “muscolare” della civiltà occidentale in un mondo globalizzato instabile, pluricentrico ed altamente conflittuale.
Una struttura ben sintetizzata a Roma dagli interventi ispirati di pensatori come Yoram Hazony, autore di Le virtù del nazionalismo, e Rod Dreher, autore di L’opzione Benedetto, nonché di leader conservatori come Viktor Orbàn e Marion Maréchal, oltre alla stessa Meloni.
Molti sono gli utili insegnamenti che la destra italiana può trarre da quel dibattito. Possiamo riassumerli sommariamente come segue.
La prima, fondamentale lezione sta nella consapevolezza che per vincere e governare efficacemente il sovranismo sviluppatosi negli anni Dieci in Europa deve ispirarsi all’unico conservatorismo in grado di rivitalizzare e consolidare le società occidentali: quello di matrice anglosassone, nell’evoluzione che da Reagan e Thatcher conduce a Trump e Boris Johnson. La destra britannica-nordamericana è infatti la sola che in Occidente ha opposto costantemente una efficace resistenza alle ideologie di sinistra, riuscendo a configurarsi come una cultura politica non puramente difensiva, ma propositiva, perché promuove società in cui le libertà individuali e l’appartenenza comunitaria vanno di pari passo. Ciò grazie al fatto che dagli anni Settanta ad oggi in quella famiglia politica si è affermata una linea “fusionista”, cioè una alleanza organica tra liberali/libertarians da un lato, tradizionalisti identitari, prevalentemente di ispirazione etico-religiosa, dall’altro. Alleanza talvolta incrinata, ma sempre rigenerata, della quale appunto Reagan è stato la sintesi più armonica, e che oggi rivive in Trump e in Johnson (in cui convivono l’eredità di Hayek e Friedman e quella di Roger Scruton).
Da questo primo punto deriva una serie di conseguenze logiche, che dovrebbero essere bene comprese ed assimilate dalle forze di centrodestra nostrane, pena gravi equivoci e possibili delusioni.
1. Nessuna destra di governo vincente in Occidente può essere anti-mercatista e statalista. Il sovranismo non si può fondare sull’assistenzialismo statale né sull’isolazionismo autarchico. Eventuali misure protezionistiche (come i dazi promossi da Trump) servono non ad uccidere il mercato globale, ma a riequilibrarlo contro le distorsioni operate da modelli di capitalismo illiberale come quello cinese. Tratto comune alle destre conservatrici di governo in economia è, infatti, la liberazione delle energie della società attraverso una politica favorevole alle imprese, all’iniziativa, alla concorrenza, fondata su abbattimento sistematico della pressione fiscale, riduzione della spesa pubblica improduttiva, costi standard nei servizi pubblici: linea condivisa da Jair Bolsonaro come dai sovranisti centro- ed est-europei. Inutile dire, poi, che nel conservatorismo contemporaneo non ci può quindi essere alcuno spazio per concezioni “decrescitiste”, “economie circolari”, versioni anti-capitaliste e anti-umaniste dell’ambientalismo.
2. Simmetricamente, nessuna destra occidentale di governo può sposare una idea radicale, relativistica, puramente individualistica dei diritti civili. Una società che promuove la libertà di scelta e la libera iniziativa degli individui non produce prosperità e crescita senza la stabilità sociale data dalla coesione familiare, dalla lotta alla descrescita demografica e dalla continuità etico-culturale tra le generazioni. Il nazional-conservatorismo non può quindi essere efficace se non adotta un’impostazione identitaria e social conservative, di intransigente difesa della vita e della famiglia: sia attraverso un welfare che incoraggi matrimonio e fertilità, sia opponendosi alle derive biopolitiche relativistiche, come aborto, eutanasia, agenda LGBT di disarticolazione della paternità e maternità, e simili. Le necessarie barriere contro l’immigrazione indiscriminata ed illegale – sostenute da tutte le destre nazional-conservatrici – si inseriscono in questa comune, basilare aspirazione alla conservazione della stabilità culturale e sociale come presupposto per l’effettiva vigenza delle libertà individuali, minacciate dall’astratta ideologia multiculturalista.
3. In politica estera le destre nazional-conservatrici devono necessariamente essere filo-americane: non possono puntare né su un nazionalismo isolazionista né su alleanze imperniate su potenze eterogenee o estranee alla tradizione occidentale, come Russia, Cina o paesi islamici. L’ancoraggio all’alleanza transatlantica è una condizione indispensabile per la difesa della civiltà occidentale, dei suoi princìpi, delle sue possibilità di sopravvivenza e crescita, senza la quale il conservatorismo è privo di senso. Corrispondentemente, la destra sovranista non può che essere schierata a difesa di Israele, avamposto dell’Occidente nel Medio Oriente, della sua sopravvivenza e libertà, della sua possibilità di diventare un modello anche per gli Stati di quell’area.
Questo punto – ancora solidamente conservato nell’entourage berlusconiano – sembra essere stato assimilato in maniera soddisfacente dalla Lega di Salvini, e il soggiorno statunitense della Meloni fa ben sperare anche per la sua formazione politica. Si auspica, in questo senso, che la leader di Fdi superi le resistenze che esistono ancora nella sua base e classe dirigente.
4. Infine, una destra nazional-conservatrice di governo non può affidarsi al leaderismo solitario, né alla sola strategia di comunicazione digitale, pur necessaria e inevitabile nella dialettica democratica contemporanea. Essa deve necessariamente puntare innanzitutto sulla formazione culturale capillare, a partire dal basso e dalla dimensione locale, della propria classe dirigente, istradandola verso le matrici solide del conservatorismo “fusionista”. Infatti la pura tecnica politica non è sufficiente oggi, perché in tutto l’Occidente è in corso un grande scontro innanzitutto ideologico e culturale, una “guerra di religione” in cui il nuovo conservatorismo si deve misurare con un avversario – la sinistra liberal – che detiene gran parte delle fonti più influenti della cultura di massa e impone la propria egemonia ad un livello persino psicologico.
Da questo punto di vista la destra – anche in Italia – parte da una situazione incoraggiante: la grande ricchezza di associazioni, think tank, circoli culturali, case editrici, siti e pagine social di varia area conservatrice che oggi esiste, produce idee, promuove ricerche e dossier, in molti casi si impone nel dibattito politico, ed è formata in gran parte di giovani, spesso giovanissimi, appassionati ma anche informati e colti.
I vertici dei partiti di centrodestra hanno oggi il compito vitale, e la grande responsabilità, di favorire un organico collegamento in rete tra questi soggetti, di stabilire una salda connessione con loro, di ascoltarli e insieme formarli: in modo da dotare finalmente la destra italiana – che su questo punto dal primo berlusconismo in poi ha sempre avuto molte difficoltà – di un nucleo attivo consapevole, non improvvisato, in grado di sostenere le durissime sfide politiche che la attendono senza farsi risucchiare o emarginare dalla cultura imperante del progressismo relativista.

Turchia, proposta di legge choc: stupro nullo con le nozze

Turchia, proposta di legge choc: stupro nullo con le nozze

Ancora non è stata fissata una data per discuterla, ma a Istanbul le donne sono già scese in piazza per manifestare contro. Sotto l'occhio dell'opinione pubblica, non solo turca, c'è la proposta di legge presentata dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e relativa a una misura che, in caso di nozze fra stupratore e vittima, cadrebbero le denunce d'abuso avanzate precedentemente da quest'ultima. C'è chi ha ribattezzato questa proposta di legge come "sposa il tuo stupratore". Secondo quanto scrive The Guardian, Erdogan avrebbe anche specificato che la misura varrebbe anche nel caso di nozze con una minorenne, purché la differenza d'età non superi i dieci anni.

Il precedente

Il disegno di legge non è nuovo nello scenario politico turco. Già nel 2016 era stato proposto un disegno di legge simile, infine ritirato dal parlamento turco in seguito diffusa protesta nazionale ed internazionale. Anche stavolta, le proteste hanno preso corpo nelle sedute parlamentari tenutesi dal 16 gennaio - giorno in cui è stata avanzata la proposta - e in molti hanno intonato la canzone cilena Lo stupratore sei tu divenuta simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. Ma il presidente turco sembra voler proseguire imperterrito su questa strada, nonostante le corpose proteste avvenute a Istanbul.

Donne vittime

Secondo i critici, la proposta di legge oscurerebbe la vera emergenza sociale in corso nel Paese: il fenomeno delle spose bambine, tanto quanto i frequenti femminicidi. Il gruppo attivista turco We Will Stop Feminicide denuncia che nel 2019 si sono registrati 430 episodi di femminicidio nel Paese, mentre le Nazioni Unite hanno calcolato che almeno il 38% delle donne in Turchia ha subito violenza fisica o sessuale dal proprio partner. Cifre impressionanti, che si uniscono alle tragiche stime sulle spose bambine: ne sarebbe coinvolto fra il 15% e il 32% delle ragazze turche. La legislazione turca con la recente proposta non fa che esacerbare una situazione precaria. Ma ora i turchi, le donne in primis, dicono basta.