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sabato 11 aprile 2020

Il Covid-19 non ferma le indagini sullo Spygate. Barr: “Un intero schema di eventi per sabotare la presidenza Trump”

Il Covid-19 non ferma le indagini sullo Spygate. Barr: “Un intero schema di eventi per sabotare la presidenza Trump”

Federico Punzi di Federico Punzi, in Rubriche, Speciale ItalyGate, del
Il rapporto Steele contro Trump (pagato dai Democratici e dalla Clinton) basato sulla disinformazione russa. E l’FBI sapeva
L’emergenza Covid-19 che ha travolto anche gli Stati Uniti non ha fermato lo Spygate, anzi arrivano importanti sviluppi nelle indagini del procuratore speciale Durham sulle origini del Russiagate. Dove eravamo rimasti? A dicembre l’Attorney General William Barr aveva chiarito la diversa natura e il diverso scopo dell’indagine del procuratore John Durham rispetto a quella dell’ispettore generale del DOJ Michael Horowitz, che si è conclusa con il rapporto diffuso il 9 dicembre scorso e due audizioni dello stesso IG al Senato. Durham, spiegava Barr, “sta guardando non solo all’FBI. Sta guardando alle altre agenzie e anche ad attori privati, quindi è un’indagine molto più ampia”. Inoltre, sta indagando non solo sull’aspetto dei mandati FISA, ma su “tutta la condotta sia prima che dopo le elezioni” del 2016.
E aveva confermato anche la natura penale dell’inchiesta e uno degli interrogativi a cui sta cercando di dare risposta: se il caso Papadopoulos-Mifsud sia stato il “vero predicato” dell’indagine di controintelligence Crossfire Hurricane che ha dato avvio al Russiagate, almeno ufficialmente, o se invece non sia stato “nulla più che un pretesto” per dare corso ad un “preesistente desiderio di andare a indagare nella Campagna Trump”.
In una nuova intervista, giovedì scorso, per The Ingraham Angle di Fox News, Barr è andato molto più in profondità rivelando cosa sta emergendo dall’indagine:
“Ciò che è accaduto al presidente è una delle più grandi farse della storia americana. Senza alcuna base, hanno iniziato questa indagine sulla sua campagna. E ancora più preoccupante, in realtà, è quello che è successo dopo la campagna. Un intero schema di eventi, mentre era presidente, per sabotare la presidenza o almeno avere l’effetto di sabotare la presidenza”.
Siccome il rapporto Horowitz, ma anche l’ex direttore dell’FBI Comey, parla di “errori e negligenza” da parte dell’agenzia, Barr ha voluto precisare – ed è lecito supporre con cognizione di causa, essendo a conoscenza degli ultimissimi sviluppi delle indagini del procuratore Durham:
“La mia opinione è che le prove mostrano che non abbiamo a che fare solo con errori o negligenza, c’era qualcosa di molto più preoccupante qui; e ne arriveremo in fondo… E se qualcuno ha violato la legge, e possiamo stabilirlo che con delle prove, sarà perseguito”.
Il procuratore Durham, ha aggiunto, sta “cercando di portare davanti alla giustizia le persone coinvolte negli abusi se può dimostrare che sono stati commessi dei reati”.
Affermazioni molto impegnative per un Attorney General. Pur considerando la sua vicinanza al presidente Trump, difficilmente si sarebbe esposto così esplicitamente se non fosse a conoscenza di elementi molto solidi in questo senso.
Le sue affermazioni lasciano supporre che il procuratore Durham sia pronto a perseguire ex funzionari della comunità di intelligence – per esempio l’ex direttore della Cia John Brennan – che sarebbero coinvolti nella sorveglianza illegale della Campagna Trump nel 2016.
E nelle scorse ore il giornalista John Solomon ha confermato da Sean Hannity che sono state emesse numerose citazioni davanti al grand jury per conto del procuratore Durham.
A dicembre, in una nota diffusa pochi minuti dopo il rapporto Horowitz, Durham faceva sapere di “non concordare con alcune delle conclusioni del rapporto riguardo il presupposto e il modo con i quali l’indagine dell’FBI fu aperta”, cioè che vi fosse un motivo appropriato per aprirla.
L’IG Horowitz avrebbe poi chiarito durante un’audizione al Congresso che il suo ufficio non ha concluso che l’FBI non fu influenzata da un pregiudizio politico nella decisione di aprire l’indagine, ma che semplicemente non ne ha trovato una prova materiale.
Ma nella sua nota Durham ricordava anche che la sua indagine non si limita a elaborare informazioni interne al Dipartimento di Giustizia, come quella di Horowitz, ma comprende informazioni “da altre persone ed entità, sia negli Stati Uniti che fuori dagli Stati Uniti”. E qui troviamo la conferma che in quelle settimane Durham e il suo team avevano raccolto nuovi elementi di prova anche in altri Paesi, tra cui l’Italia, dove il 27 settembre scorso il procuratore, insieme all’AG Barr, aveva incontrato i vertici dei nostri servizi. Durham in particolare ha parlato con funzionari italiani e australiani dei contatti tra Papadopoulos e il professore della Link Campus Joseph Mifsud, tuttora irreperibile, che gli avrebbe parlato di “migliaia di email” di Hillary Clinton nelle mani dei russi – l’indiscrezione da cui sarebbe partita l’indagine dell’FBI.
Nel frattempo, è stata anche divulgata la trascrizione di una conversazione della fine di ottobre 2016 tra un informatore dell’FBI e George Papadopoulos, nella quale quest’ultimo nega che la Campagna Trump fosse coinvolta in qualunque modo nell’hackeraggio dei server del Comitato democratico. Ma anche questa prova a discolpa fu tenuta nascosta dall’FBI alla Corte FISA che doveva decidere sui mandati di sorveglianza richiesti nell’ambito dell’indagine sulla presunta collusione fra Trump e la Russia.
Horowitz ha annotato nel suo rapporto che l’intelligence aveva saputo da un “governo straniero amico” che Papadopoulos “lasciò intendere che il team di Trump avesse ricevuto dalla Russia un qualche tipo di suggerimento che avrebbe potuto aiutare questo processo con la pubblicazione anonima di informazioni durante la campagna che sarebbe stata dannosa per la Clinton”. Si tratta probabilmente dell’informazione arrivata dal diplomatico australiano Downer, amico della famiglia Clinton, che ebbe occasione di parlare con Papadopoulos nella primavera del 2016 ma se ne ricordò solo a luglio, dopo l’hackeraggio dei server democratici.
Ma in questi giorni sono state anche declassificate, in parte, anche alcune note che erano rimaste riservate nel rapporto Horowitz sugli abusi dell’FBI nelle richieste FISA. Queste note rivelano che il dossier Steele, elemento definito nel rapporto “centrale ed essenziale” nella richiesta di sorveglianza di Carter Page, membro della Campagna Trump, era in buona parte basato sulla disinformazione russa. Ricordiamo che si tratta del dossier, non verificato, compilato dall’ex agente britannico Christopher Steele, commissionatogli dalla Fusion GPS, società incaricata dal Comitato nazionale democratico e dalla Campagna Clinton di cercare materiale compromettente sul candidato avversario, Donald Trump.
Secondo i senatori repubblicani Ron Johnson e Chuck Grassley, promotori della richiesta di declassificazione, le note “rivelano che, dall’inizio e durante tutta l’indagine dell’FBI sul Russiagate, i funzionari dell’FBI hanno appreso che flussi di informazioni decisive che giungevano nel dossier erano probabilmente corrotte dalla disinformazione dell’intelligence russa”.
Ma nonostante le prove dimostrassero come lo spionaggio di Mosca avesse un ruolo nella diffusione di informazioni ingannevoli e false, l’FBI ha comunque “proseguito in modo aggressivo l’indagine, ignorando i meccanismi interni di supervisione e trascurando di segnalare i problemi di credibilità materiale ad un tribunale segreto” quale la Corte FISA. Al contrario, i funzionari dell’FBI coinvolti nell’indagine su Trump hanno continuato a usare la disinformazione russa per colpire la sua campagna e la sua amministrazione anche dopo aver scoperto che si trattava di informazioni palesemente false. Queste note, concludono i due senatori, “confermano che ci fu una diretta campagna di disinformazione russa nel 2016, e che ci furono legami tra l’intelligence russa e una campagna presidenziale – ma la Campagna Clinton, non Trump”.
In particolare, secondo la nota 302, nell’ottobre 2016, gli investigatori dell’FBI avevano appreso che una delle principali fonti di Steele era collegata al Russian Intelligence Service (RIS), e si diceva che fosse un ex ufficiale del KGB/SVR. Tuttavia, l’FBI ha trascurato di includere queste informazioni nella sua richiesta di sorvegliare Page, che la Corte FISA ha approvato lo stesso mese. Due mesi dopo, gli investigatori hanno appreso che Glenn Simpson, il capo della Fusion GPS, aveva dichiarato a un legale del Dipartimento di Giustizia di aver valutato che la stessa fonte “fosse un ufficiale RIS che aveva un ruolo centrale nel collegare Trump alla Russia”. A gennaio, il mandato fu rinnovato.
La nota 350 afferma che, nel 2017, l’FBI aveva appreso che i rapporti dell’intelligence avevano valutato che anche ciò che il rapporto Steele riportava delle attività di Michael Cohen (allora avvocato di Trump, ndr) “faceva parte di una campagna di disinformazione russa per denigrare le relazioni estere statunitensi”.
La stessa nota afferma che un rapporto separato, datato 2017, conteneva informazioni secondo cui anche i dettagli riportati pubblicamente delle attività di Trump durante una visita a Mosca nel 2013 erano falsi e un prodotto di una fonte del RIS.
Insomma, le indagini sulle origini del Russiagate, sul ruolo che hanno avuto agenzie di intelligence Usa, ma anche attori privati e governi stranieri amici, nel montare il caso della collusione fra la Campagna Trump e la Russia, proseguono e il procuratore Durham sarebbe pronto a muovere i primi passi. Le dichiarazioni esplosive, e molto impegnative, dell’Attorney General William Barr fanno pensare ad elementi molto solidi nella direzione di un tentativo di sabotaggio prima della candidatura, poi della presidenza Trump. E come saprete, se avete seguito il nostro lungo speciale, molte piste del Russiagate portano in Italia, a Roma.
Alcune domande, a cui Durham potrebbe aver già dato da tempo una risposta, restano aperte: che fine ha fatto Joseph Mifsud? Chi della nostra intelligence ha gestito la sua latitanza? Quale il ruolo e quali i rapporti della Link Campus University, da cui ricordiamo è uscito il ministro della difesa del primo governo Conte, con i nostri servizi?
Direttore dell’Aise all’epoca era Alberto Manenti, nominato nell’aprile del 2014 dal governo Renzi e pochi giorni fa primo ex direttore dei servizi a entrare nel board di una banca (Bpm). Ma la lunga primavera delle nomine nelle grandi società pubbliche e private e nei servizi è appena all’inizio e filtra una certa agitazione…

Emergenza democratica: attacco da caudillo di Conte contro le opposizioni, in un clima da democrazia sospesa

Emergenza democratica: attacco da caudillo di Conte contro le opposizioni, in un clima da democrazia sospesa

Federico Punzi di Federico Punzi, in Politica, Quotidiano, del
Tra i primi, già alcune settimane fa, Atlantico Quotidiano ha cercato di richiamare l’attenzione sul rischio che la crisi sanitaria ed economica causata dall’epidemia di Covid-19 si trasformasse anche in emergenza giuridica e democratica, a partire dall’abuso dei Dpcm, decreti ministeriali non aventi forza di legge, per adottare misure di restrizione delle nostre libertà fondamentali, di circolazione, riunione e impresa – una delle quali, la quarantena, una vera e propria forma di detenzione – per le quali la Costituzione prevede esplicitamente una riserva di legge assoluta.
E quasi quotidianamente purtroppo riceviamo conferme della fondatezza delle nostre preoccupazioni, come l’assenza di un sia pur minimo coinvolgimento del Parlamento in un passaggio cruciale come il negoziato che si è svolto questa settimana all’Eurogruppo sugli strumenti europei da mettere in campo per affrontare la crisi. La conferenza stampa di ieri sera del presidente del Consiglio Conte rappresenta purtroppo uno degli episodi più inauditi e allarmanti, ma ogni giorno che passa confessiamo che è sempre più difficile trovare le parole.
Abbiamo visto un premier con i nervi a pezzi che nel pieno di una tragedia nazionale, con alle spalle e ancora davanti una gestione fallimentare dell’emergenza, dopo una trattativa persa malamente in Europa, condotta non solo senza mandato ma senza nemmeno essersi mai presentato in Parlamento per discuterne, utilizza una conferenza stampa, l’ennesimo proclama, per lanciare dito indice puntato uno scomposto attacco a reti unificate contro le opposizioni.
Ora, sappiamo tutti che è avvenuto non di rado, nel nostro passato recente, che il premier o esponenti del governo lanciassero degli attacchi o delle frecciate all’opposizione durante le conferenze stampa istituzionali convocate per illustrare le loro decisioni e i loro provvedimenti.
Vi invito però a riflettere sul fatto che oggi ci troviamo in un contesto del tutto diverso, imparagonabile alle situazioni sia pure critiche in cui abbiamo visto svolgersi fino ad oggi la dialettica politica.
Ci troviamo con un premier che ha accentrato su di sé un potere enorme, i veri “pieni poteri”, grazie ad una delega in bianco per decreto che gli consente di governare per Dpcm, come ricordato prima anche per adottare provvedimenti di restrizione delle libertà fondamentali. Un Parlamento convocato a singhiozzo; i nostri diritti politici, di riunione e associazione, compressi; le opposizioni che non potrebbero nemmeno convocare una manifestazione; referendum ed elezioni rinviati a data da destinarsi; i cittadini chiusi in casa, molti dei quali senza alcun reddito; un premier – altra grave anomalia – che ormai comunica al popolo i suoi provvedimenti per proclami, giorni e giorni prima che i testi siano disponibili. Abbiamo perso il conto delle task force e dei comitati di saggi istituiti, con procedure di selezione dei membri a dir poco opache, tanto da far temere l’esautoramento non solo del Parlamento ma persino del Consiglio dei ministri.
Tanto per comprendere meglio il clima da democrazia sospesa in cui ci troviamo, ieri la presidente del Senato Casellati ha dovuto denunciare come “inaccettabile che due senatrici, sottoposte a regolare controllo di polizia mentre si stavano recando a Roma per partecipare ai lavori del Senato, siano state oggetto di segnalazioni dalla Questura di Messina e Roma, nonostante avessero dimostrato di essere nell’esercizio delle loro funzioni. Più volte – ha sottolineato la presidente Casellati – ho richiesto che il Governo faccia piena chiarezza perché non sia ostacolata in nessuna sede una attività che ha fondamento costituzionale”.
Va ricordato tra l’altro che per settimane le opposizioni hanno mantenuto un basso profilo, preoccupate di non farsi accusare di sciacallaggio, sono rimaste quasi silenti e silenziate, raggirate da una promessa di collaborazione, auspicata dal capo dello Stato ma anch’egli evidentemente distratto, che si è rivelata una indecente pantomima. Non solo il governo non ha accolto alcuna loro proposta, ma non ha nemmeno condiviso minime informazioni sulle sue strategie, dal contrasto dell’epidemia al negoziato in Europa.
E per oltre un mese siamo stati sottoposti ad una martellante campagna mediatica “restiamo uniti”, “non è il momento di fare polemiche”, come se muovere delle critiche fosse una condotta ormai equiparata a quella del disertore o del sabotatore. Ma il concetto di “restare uniti” non può essere tradotto in “noi continuiamo a governare e voi state zitti, altrimenti vi bolliamo come sciacalli”. Il vero sciacallaggio è appigliarsi al “non è il momento di fare polemiche”, è strumentalizzare l’emergenza per delegittimare chi critica e non assumersi le proprie responsabilità quando si ricoprono cariche istituzionali.
Alla prima occasione, in questa crisi, in cui ha ricevuto un duro attacco, su un cruciale passaggio a Bruxelles che potrebbe pesantemente condizionare il futuro del nostro Paese, Conte non ha aspettato di rispondere e contrattaccare nelle sedi opportune, in Parlamento, con una intervista o un video sulla sua pagina Facebook, ma ha approfittato di un appuntamento di comunicazione istituzionale, convocato per informare sulla proroga delle chiusure e sulla cosiddetta “fase 2”, per attaccare le opposizioni, colpevoli di voler fare il loro mestiere, le opposizioni, quindi criticare anche duramente le scelte del governo, e in particolare la sua mancanza di rispetto per il ruolo del Parlamento. Per di più, ricorrendo a palesi menzogne: come facilmente verificabile, Giorgia Meloni non era ministro quando il governo italiano approvò il Mes e la Lega votò contro la legge di ratifica.
Persino il direttore del tg di La7, Enrico Mentana, certamente non di simpatie leghiste, ha espresso il suo disappunto: “Se avessimo saputo che Conte avrebbe fatto un uso personalistico della conferenza stampa attaccando l’opposizione, non avremmo mandato in onda quella parte”.
Tutto questo ha un nome: emergenza democratica. Un attacco a reti unificate contro le opposizioni come quello di ieri sera, nell’emergenza in cui ci troviamo (lo ripetiamo: con libertà e diritti politici sospesi), è da caudillo sudamericano.
Il governo è intoccabile, proprio mentre ogni giorno emergono le evidenze della fallimentare gestione della crisi? La politica è sospesa fino a nuovo ordine?
Come abbiamo già osservato, il solo modo legittimo per chiedere alle opposizioni di non fare le opposizioni è coinvolgerle a pieno titolo nella responsabilità di governo, in un War Cabinet bipartisan, altrimenti, è osceno e pericoloso anche solo immaginare di poter azzerare il loro ruolo e la dialettica democratica, neutralizzare critiche e polemiche fino a data da destinarsi.
Il presidente Mattarella dovrà decidersi a intervenire, e in fretta, perché finora ha coperto di tutto, ma proprio di tutto, e il Paese ci sta rimettendo l’osso del collo. A meno che non abbia già deciso di non farlo…

La Pasqua di oggi come quella di 2000 anni fa

La Pasqua di oggi come quella di 2000 anni fa

L’analogia fra la Pasqua di duemila anni fa e quella odierna è strettissima. Visitando le chiese vuote il cuore si riempie di dolore nel sapere Gesù lasciato solo. Ma anche abbandonato nei sofferenti e moribondi, con i vescovi inglesi che hanno vietato ai cappellani di assisterli. Come allora c'è Pilato, Giuda, i discepoli, i Giovanni e le pie donne che sfidano la polizia. La lontananza da Dio non è rimpiazzata dalle funzioni online, ma è proprio nell'offerta che viene anticipata la Resurrezione, come spiega Maria Valtorta.
L’analogia fra la Pasqua di duemila anni fa e quella di questi giorni è dolorosamente strettissima. Visitando le chiese vuote il cuore si riempie di dolore nel sapere Gesù lasciato solo nei tabernacoli di quasi tutto il mondo. Si fa un gran parlare del male aggiunto al male del coronavirus che però è in qualche modo permesso da Dio, per cui non si può non pensare alle parole del Vangelo di Luca: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso». Deve. Doveva essere così. Ma non solo. Gesù, oggi come allora, è rifiutato dai potenti della terra, oppure ignorato come lo ignorò il pagano Pilato, che nel momento della prova preferì lavarsi le mani piuttosto che difendere l’Innocente (colui che non avrebbe recato male a nessuno).
Pensiamo infatti a quelle autorità che, pur sapendo che permettere la celebrazione della Pasqua con i debiti accorgimenti non sarebbe un rischio troppo elevato, preferiscono non mettersi contro la folla ostile. Oppure guardiamo a quanto accaduto in Italia quando la polizia è entrata nelle chiese per interrompere il sacrificio eucaristico e in alcuni casi, di fronte ad una violazione gravissima, invece della resistenza gli agenti si sono trovati di fronte al plauso dei sacerdoti. Anche in Spagna, a Siviglia, la Messa delle Domenica delle Palme, celebrata su un tetto, è stata interrotta dalla polizia locale, sebbene qui i fedeli si siano ribellati. A ricordare che se gli apostoli sono fuggiti per paura della morte, Maria, la Maddalena, Giovanni e pochissimi altri personaggi, come la Veronica, sono rimasti con Lui. E a ricordare Giuda, dato che a chiamare la polizia in diversi casi è stata una spia.
Gesù è quindi tradito oggi come allora. E qui non si può non pensare anche a quanto hanno deciso di fare i vescovi inglesi, superando persino ciò che le autorità hanno stabilito: in Gran Bretagna le celebrazioni sono sospese in obbedienza agli ordini del governo, ma la conferenza episcopale è andata oltre, ha redatto un documento in cui ordina di lasciare soli gli agonizzanti e di farli morire senza sacramenti. I cappellani ospedalieri, infatti, potranno solo sentire i malati al telefono (peccato che la maggioranza dei moribondi non possa utilizzarlo e comunque ha bisogno dei sacramenti più che di una chiacchierata) per evitare di contagiarsi. Anche qui Gesù, vivo nei sofferenti, viene abbandonato per paura. O forse tradito, scambiando la salvezza temporale (30 denari) con quella eterna.
Gesù poi, dopo il tradimento di uno, viene lasciato solo dagli altri dieci apostoli. E, sapendolo, disse loro: «Voi tutti questa notte sarete scandalizzati per causa mia, perché sta scritto: "Percuoterò il pastore e le pecore del gregge saranno disperse”». Così doveva accadere, come sottolinea anche san John Henry Newman: «C’era dunque tra il Maestro e i discepoli una reciprocità di affetto, una profonda simpatia. Ma faceva parte del suo volere che gli amici l’abbandonassero, lo lasciassero solo…». Sì, anche questo faceva parte del suo volere. Gesù doveva, per liberarci da ogni male, «sottomettersi ad ogni sofferenza della nostra natura…così ha accettato la desolazione del loro abbandono».
Forse questo può consolare chi soffre davanti al tabernacolo. Chi non riesce a vivere la Pasqua online, per cui sente la lontananza da Dio. “Dio lo permette”, si cerca di ripetersi. Permette la desolazione, la fuga di coloro che temono la morte. Di coloro che, come gli apostoli, scappano con scuse buonissime, legate alla salute, al bene comune, all’amore fraterno. Ché si sa che il nemico è bravo a tentare le persone più vicine al Salvatore con argomenti che usa anche Lui. Nella Passione di Maria Valtorta c’è una passaggio in cui Gesù spiega che il demonio per convincerlo a rifiutare la Croce provò a fargli credere che così stava facendo soffrire sua Madre e che Dio non poteva volere che Ella morisse di dolore per colpa sua. Come non pensare alle voci di chi ripete, «non andate in Chiesa, farete perire i vostri genitori, prudenza, responsabilità…». Ma Gesù spiega alla Valtorta che Lui vinse il diavolo al posto nostro continuando a pregare e accettando di vivere il sentimento di abbandono da parte di Dio.
È l’epoca del Venerdì Santo, ha scritto il cardinal Robert Sarah nel suo libro “Si fa sera e il giorno ormai volge al declino”. È l’epoca del tradimento della maggioranza dei discepoli, come noi, e di tanti sacerdoti (c'è chi ora rifiuta persino di confessare i fedeli), ricorda Sarah. Ma proprio quando tutto sembrava finito, Gesù stava per risorgere. Questa è la grande speranza di fronte al calvario odierno a cui partecipiamo come traditori e codardi o come Giovanni che rimase sotto la croce, insieme a quei cappellani e sacerdoti che non lasciando i posti di combattimento. O come le pie donne, che nonostante la polizia e le guardie si recarono al sepolcro rischiando l’arresto pur di rivedere il Signore. O come chi, malato o impossibilitato ad uscire di casa, vive il dolore nell'offerta. O, infine, come le migliaia di bambini che pregano Gesù sollevando il Suo cuore ferito.
Ci ritroviamo in ciascuna di queste figure tutte indistintamente amate da Gesù, ma vorremmo essere fra quelle che non abbandonano il Signore. E se a noi è impossibile, la Valtorta spiega come si fa, parlando della Madonna che sostenne la fede di tutti. Era l’unica a credere che Gesù sarebbe risorto. Rimproverando i discepoli disse così: «Che dite? Che lo amate?…Che povero amore il vostro!…eravate così paurosi del mondo, al punto di non osare di difendere un innocente…Ma non vedete che non credete alla sua Risurrezione?…lo giudicate un povero morto, oggi gelido, domani corrotto, e lo volete imbalsamare per questo». Parole durissime che rivolse agli amici di Gesù.
Anche a noi, suoi amici, sembra impossibile che da un male estremo possa risorgere il Bene ed è un attimo cedere al lamento. Ma con la Madonna possiamo ripetere: «Fate pure. Ma Egli risorgerà… A redimere il mondo manca anche la tortura data al mio cuore da Satana vinto. La subisco e la offro per i futuri». Così, nell'offerta di questo cuore desolato, a cui si uniscono i sofferenti di oggi che ritroviamo fra alcuni sacerdoti, fedeli, piccoli o ammalati, vive la speranza della Resurrezione. Per noi e per tutta la Chiesa.

Parla Bo: «Denuncio i ritardi del regime cinese sul Covid e non è razzista dirlo»

Parla Bo: «Denuncio i ritardi del regime cinese sul Covid e non è razzista dirlo»

«Non c'è nulla di razzista nel far notare una dolorosa negligenza da parte dei governanti. Il popolo cinese è stata la prima vittima e le nostre preghiere vanno a coloro che hanno sopportato e sono morti». In esclusiva alla Nuova BQ parla Charles Maung Bo, il cardinale birmano che ha per primo puntato il dito contro Pechino per la politica dei ritardi nella diffusione del Coronavirus. «Il Partito Comunista Cinese ha ritardato per motivi politici la condivisione delle informazioni e punito i medici cinesi che hanno cercato di lanciare l’allarme sulla pandemia emergente».
- QUESTA PASQUA COSI' SIMILE A QUELLA DI 2000 ANNI FA di Benedetta Frigerio
- OLANDA, IL VIRUS FRENA L'EUTANASIA DI STATO, di Tommaso Scandroglio
- UN GOVERNO DEGLI ANNUNCI, TROPPE INCOGNITE, di Ruben Razzante
Il cardinale Charles Maung Bo
Nonostante il suo sia uno dei Paesi finora meno colpiti, il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon (Myanmar) è stato uno dei primi pastori a far sentire la sua voce sull’emergenza coronavirus. Lo ha fatto all’inizio di febbraio in qualità di presidente delle Conferenze episcopali dell'Asia pregando per i morti e per i malati e chiedendo l’intercessione di Nostra Signora di Lourdes per fermare la pandemia. La scorsa settimana ha fatto il giro del mondo una dichiarazione del porporato birmano resa pubblica sul sito ufficiale della sua arcidiocesi nella quale ha parlato esplicitamente di “responsabilità primaria” del regime comunista di Pechino per la diffusione del virus, puntando il dito contro “l'atteggiamento negligente” del “dispotico Partito Comunista Cinese” definito “una minaccia per il mondo”.
Il regime, responsabile di silenzi ed omissioni nella fase iniziale dell’epidemia, secondo l'arcivescovo di Yangon “deve a tutti noi le scuse e un risarcimento per la distruzione che ha causato”. Una presa di posizione pubblica forte e che, arrivata in Italia, ha avuto l’effetto di ‘rompere’ la narrazione sulla Cina “amica” e modello da seguire per sconfiggere il grande nemico invisibile. Il cardinale Maung Bo ha spiegato le motivazioni del suo intervento in esclusiva al La Nuova BQ.
Nella sua dichiarazione che è stata pubblicata sulla homepage dell’arcidiocesi di Yangon ha scritto che il regime cinese ha la responsabilità principale del contagio globale. Perchè pensa questo?
Ci sono notizie di stampa credibili provenienti da molti Paesi secondo cui il Partito Comunista Cinese ha ritardato la condivisione delle informazioni e punito i medici cinesi che hanno cercato di lanciare l’allarme sulla pandemia emergente. La mia dichiarazione è una richiesta di compassione per le persone colpite. Non voglio occuparmi di politica, ma sono addolorato perchè ciò che avrebbe potuto essere fatto più velocemente è stato ritardato per motivi politici. La mia preoccupazione si estende ai più vulnerabili - di qualsiasi Paese ed etnia.
Spesso chi sottolinea le responsabilità del governo di Pechino nella diffusione del contagio – è successo di recente al presidente Trump - viene accusato di razzismo contro il popolo cinese. Lei ha ricordato che "il popolo cinese è stata la prima vittima di questo virus e da lungo tempo è la principale vittima del suo regime repressivo".
L’ho chiarito nella mia dichiarazione. Non c'è nulla di razzista nel far notare una dolorosa negligenza da parte dei governanti. Il popolo cinese è stata la prima vittima e le nostre preghiere e condoglianze vanno a coloro che hanno sopportato il peso della malattia e sono morti.
Il Myanmar è un Paese vicino alla Cina. Qual è la situazione da voi? E’ stata sospesa la partecipazione dei fedeli alle Messe?
Fortunatamente la pandemia non si sta ancora diffondendo. Grazie a Dio. Finora il numero interessato è inferiore a 30 e c'è solo un decesso. Preghiamo che possa rimanere su questo trend. Il nostro è un Paese povero in cui il 70% delle persone dipende dai salari giornalieri. Non possiamo permetterci un blocco totale come avvenuto altrove. Non abbiamo grandi strutture mediche. Preghiamo seriamente Dio di salvare uomini e donne del nostro Paese dalle devastazioni di un virus il cui attacco ha destabilizzato anche i Paesi ricchi. A proposito della sospensione delle Messe, in tutto il mondo, la Chiesa segue le linee guida del governo locale. Anche il nostro governo ha implementato il distanziamento sociale. Questa è una grande sfida per la nostra gente che è così abituata alle funzioni religiose specialmente durante questa Settimana Santa
Lei ha concluso la sua dichiarazione con queste parole: "Verità e libertà sono pilastri gemelli su cui tutte le nostre nazioni devono costruire basi più sicure e più forti". In queste settimane, il Jiefang Daily (quotidiano ufficiale del Comitato di Shanghai del Partito comunista cinese) e altri media vicini al regime hanno sostenuto che il Covid-19 potrebbe aver avuto origine in Italia, il Paese più colpito dal virus . Un portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, inoltre, ha scritto che "potrebbe essere stato l'esercito americano" a portare il coronavirus in Cina. Che giudizio dà di queste ricostruzioni alternative sullo scoppio della pandemia?
Non ho molto da commentare su queste affermazioni. Ribadisco che quando una pandemia globale esplode tutti i governi - non solo quello cinese - dovrebbero unirsi per combattere questa mostruosa minaccia per l'umanità. Questo non è il momento per fare politica o per le polemiche geo strategiche.
Sempre a proposito della vicina Cina: c’è ancora in atto una persecuzione religiosa? Le risulta che negli ultimi ci siano stati cambiamenti nel rigido approccio del governo di Xi Jinping alle questioni religiose?
Queste sono questioni trattate dal Vaticano. I resoconti della stampa riportano costantemente di persecuzioni religiose non solo dei cristiani ma anche di altre minoranze. La Cina è diventata una potenza mondiale e non deve temere le minoranze religiose. Il cristianesimo ha avuto un ruolo importante nello sviluppo umano di molti paesi. Il cristianesimo sta diventando popolare in Cina. Essendo la Cina una superpotenza, deve avere fiducia nel rapportarsi con la religione.
In Italia è alto il numero di sacerdoti uccisi o contagiati dal Covid-19. Alcuni di loro hanno contratto il virus per non aver rinunciato alla vicinanza agli ammalati. Cosa possiamo trarre da questi esempi?
È molto triste perdere così tanti preti. Questo è il sacrificio estremo, l'Eucaristia del corpo del Sacerdote viene spezzata sull'altare della compassione. È una brillante testimonianza della carità cristiana il fatto che molti di loro sono morti nella chiamata del dovere. Per certi versi sono martiri del Covid. L'umanità ha un debito di gratitudine non solo nei loro confronti, ma nell'offerta altruistica del personale medico e degli operatori sanitari. Hanno bisogno delle nostre preghiere.
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Sono fuori e dentro di noi

Sono fuori e dentro di noi

Non solo INRI. Cosa c’era scritto sulla Croce

Non solo INRI. Cosa c’era scritto sulla Croce

Sulla croce su cui venne crocifisso il Signore non era visibile solo la sigla INRI, che sta per «Gesù nazareno, re dei Giudei». Oltre che in latino, l’iscrizione era in ebraico e greco, come informa san Giovanni Evangelista. E la scritta ebraica svela il motivo per cui i Giudei cercarono, invano, di convincere Pilato a cambiarla…
«Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei”. […] era scritta in ebraico, in latino e in greco». (Gv 19, 19-20)
Prima che Giovanni, sul finire della sua lunga vita terrena, scrivesse il quarto e ultimo Vangelo, gli evangelisti Matteo, Marco e Luca avevano riferito della scritta posta sulla Santa Croce. Quella scritta, il titulus crucis, che nelle iniziali latine è resa dalla celebre sigla INRI (Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum)[1], sintetizzava il motivo della condanna di Gesù, «il re dei Giudei», che con la sua testimonianza era stato, come profetizzato da Simeone, «segno di contraddizione».
Il discepolo prediletto, com’è noto, è l’evangelista che più si è dedicato all’approfondimento teologico del Verbo fatto carne. E, certamente ispirato dalla divina Provvidenza, lo ha fatto senza ripetere molti degli episodi della vita di Gesù già riferiti dai sinottici, ma integrando questi ultimi con racconti (dalle Nozze di Cana al dialogo con la Samaritana) e particolari che riteneva essenziali. Perché, tra questi particolari, san Giovanni Evangelista ha voluto dirci che l’iscrizione sopra la Croce fosse in ebraico, latino e greco?
Per rispondere, bisogna prima guardare all’Antica Alleanza e alla sacralità che circonda il nome di Dio, tenendo a mente che la progressiva rivelazione di questo nome e del suo significato occupa un posto centrale nella pedagogia divina, dunque nella storia della Salvezza.
Nella teofania del roveto ardente, descritta nel libro dell’Esodo, Dio si rivela a Mosè e gli ordina di tornare in Egitto per liberare il Suo popolo dal giogo del faraone e condurlo alla Terra Promessa. Davanti a un ordine così immane, Mosè manifesta le sue domande, chiedendo in quale modo avrebbe potuto convincere gli Israeliti a seguirlo e quale nome di Dio avrebbe dovuto rivelare loro. «Io sono colui che sono!», si sentì rispondere da Dio. E ancora: «Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono mi ha mandato a voi”» (Es 3, 14). Questo nome, come insegna il Catechismo, indica che «Dio è la pienezza dell’essere e di ogni perfezione, senza origine e senza fine» (CCC 213), causa dell’essere di tutte le creature.
Il nome di Dio, Io Sono, è reso con il sacro tetragramma YHWH (Yahvè). La sua pronuncia esatta, come spiega una nota alla Bibbia della Cei (2008), «non è giunta fino a noi», perché «a partire dal periodo del secondo tempio, il nome di Dio non venne più pronunciato, a motivo della sua santità, e venne sostituito probabilmente dal termine Adonay (in greco Kyrios, che significa Signore)».
In che modo tutto questo si lega al racconto di san Giovanni e in particolare al Venerdì Santo? Torniamo alla pienezza dei tempi. L’evangelista riferisce che Gesù, nel pieno della sua attività pubblica, dopo aver cercato di spiegare ai Giudei il suo essere consostanziale al Padre, fece loro questa profezia: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono […]» (Gv 8, 28). L’innalzamento a cui si riferiva il Signore era la crocifissione.
E arriviamo alla Passione. Nello stesso versetto in cui informa della scritta in tre lingue, Giovanni rende noto che «molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città». Era, dunque, una scritta ben visibile. I sommi sacerdoti protestarono allora con Pilato. «Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei». Ora, come già osservavamo in un precedente articolo, è verosimile pensare che la sola scritta «re dei Giudei» infastidisse coloro che avevano condannato Gesù, non riconoscendolo come Messia. Ma per loro, in quella scritta, c’era un grande problema in più.
Si ricorderà infatti che nel processo religioso, davanti al sinedrio, il sommo sacerdote si stracciò le vesti, accusando il Signore di bestemmia, solo dopo aver udito dalle labbra di Gesù la conferma che Lui fosse il Figlio di Dio. Era questa, per i suoi accusatori, la vera inconcepibile colpa del Nazareno, essere uomo ma «farsi» Dio.
INRI era la sigla latina, ma qual era la scritta in ebraico? Grazie a quanto divulgato dallo scrittore Henri Tisot (1937-2011), e non solo da lui, è ormai nota l’esatta trascrizione in ebraico di «Gesù nazareno, re dei Giudei». Tisot consultò diversi rabbini scoprendo che le lettere ebraiche corrispondenti dovevano essere שוע הנוצרי ומלך היהודים. Traslitterando, vocalizzando e tenendo presente la lettura da destra verso sinistra, si ottiene: Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim. Le iniziali danno il sacro tetragramma: YHWH. Cioè: Io Sono. Si compì così la profezia fatta da Gesù prima della Passione.
Quei Giudei che non avevano creduto in Lui, quindi, protestarono perché si videro davanti agli occhi - proprio nel momento in apparenza più umiliante per il Crocifisso - la Verità fatta carne che avevano rifiutato e che continuavano a rifiutare. Si sa come rispose Pilato di fronte alla loro protesta: «Quel che ho scritto, ho scritto» (Gv 19, 22).
Se la negazione della divinità di Cristo è sempre stata la madre di tutte le eresie, quest’altra profezia compiuta ci offre un’ulteriore occasione per fare memoria, rendere grazie e contemplare Colui che ci ha amato e ci ama di un amore così folle da farsi inchiodare alla croce.
 
[1] “Nazarinus”, secondo il frammento di tavoletta custodito a Roma nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme e che corrisponderebbe alla forma corretta del latino nel I secolo.

La deposizione di Gesù, Colui che ci offre la vita nuova

  • IL BELLO DELLA LITURGIA

La deposizione di Gesù, Colui che ci offre la vita nuova

Conservata nella Cattedrale di Parma, questa Deposizione fu realizzata nel 1178 dallo scultore Benedetto Antelami. La Croce divide l’opera esattamente a metà, separando l’umanità illuminata dal sole, alla destra di Cristo, da quella immersa nella tenebra lunare. E Lui, il Crocifisso, ha le braccia spalancate, che sembrano volerci contenere nel suo amore.
Benedetto Antelami, Deposizione, Parma - Cattedrale di Santa Maria Assunta
“Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per coloro che gli obbediscono”. (Eb 5, 8-9)

Sono scarse le notizie documentarie rispetto a Benedetto Antelami: ancora più preziosa risulta essere, dunque, l’epigrafe della Deposizione conservata nella Cattedrale di Parma, firmata e datata dal suo artefice. Vi si legge che nel 1178 l’opera fu realizzata dallo scultore Benedictus Antelami, rivelando quest’ultima annotazione la provenienza del maestro, la Val d’Intelvi che, a nord del territorio comasco, era stata patria anche dei maestri campionesi, protagonisti insieme al nostro autore del processo di modernizzazione gotica delle arti figurative. Il tutto avvenne, si legge, nel “mense secundo” di quel preciso anno, dunque aprile, essendo marzo il primo nella computazione del tempo medievale. Forse proprio durante la Settimana Santa.
Il rilievo è scolpito su una lastra di marmo rosa di Verona, l’unica superstite delle tre concepite per la decorazione del pulpito, andato poi distrutto, della Cattedrale: oggi si può ammirare lungo il braccio meridionale del transetto. Nel suo rigore compositivo, quasi ieratico, la scena, incorniciata da classici motivi floreali incisi con l’antica tecnica del niello, si rivela densa di significativi rimandi. La Croce la divide esattamente a metà, separando l’umanità illuminata dal sole, alla destra di Cristo, da quella immersa nella tenebra lunare, in posizione simmetrica.
Figure simboliche si aggiungono ai personaggi storici. Due piccole donne, ai lati del Crocefisso, personificano la Chiesa, trionfante con lo stendardo alzato, e la Sinagoga: a quest’ultima l’arcangelo Raffaele fa chinare il capo, in segno di sottomissione al Messia che ha, infine, compiuto la Sua promessa. Il suo vessillo è ripiegato a terra con l’asta spezzata: ha gli occhi chiusi perché non ha saputo “vedere”.  Come non hanno creduto i soldati romani che, lì accanto, si giocano a dadi la tunica di Gesù. Uno solo tra loro, il centurione armato di spada e di scudo, alza la mano e lo sguardo in direzione di Cristo. L’incisione didascalica ci riferisce le sue parole: vere iste Filius Dei erat, “veramente costui era Figlio di Dio”.
Noi lo sappiamo e lo sapevano anche quelli che occupano lo spazio a destra della Croce: le pie donne, la cui presenza evoca la Resurrezione, e san Giovanni, il discepolo prediletto, preceduto da Maria che, colma di amore e di dolore, si porta al viso il braccio del Figlio deposto. Altrettanto commoventi sono i gesti di Giuseppe d’Arimatea che bacia il costato del Cristo, e di Nicodemo, arrampicato sui pioli di una scala, intento a estrarre il secondo chiodo dalla mano di Gesù.
Al centro di tutto c’è il Crocefisso, scolpito più grande, in proporzione, rispetto agli astanti. Su di Lui è calamitato il nostro sguardo, e sulle Sue braccia che, spalancate, sembrano volerci contenere nel Suo amorevole abbraccio che il sacrificio appena compiuto rende ancora più potente. Almeno quanto la Vita, d’ora in poi nuova, che già ricomincia nelle gemme del legno della Croce, preannunciando la Resurrezione.

Che faranno i Paesi poveri se i "ricchi" si ammalano

Che faranno i Paesi poveri se i "ricchi" si ammalano

Anche in piena epidemia Oxfam non cambia musica: chiede ai Paesi ricchi di aiutare quelli poveri a combattere il coronavirus. Ma la Ong non si chiede perché i Paesi poveri siano poveri. La risposta si trova nel tribalismo, nella corruzione e nella violenza delle loro classi dirigenti. Sarebbe meglio chiedere a loro i soldi necessari.
Oxfam, cassoni nell'acqua alta
Oxfam, la confederazione di organizzazioni non profit impegnata dal 1942 a combattere la povertà, lancia una raccolta di firme per rivolgere ai leader del G20 cinque richieste: garantire l’accesso gratuito alla sanità per tutti; sostenere la diffusione delle pratiche per prevenire il coronavirus; raddoppiare la spesa sanitaria degli 85 Paesi più poveri del pianeta finanziandoli con aiuti e la cancellazione del debito; assumere e formare 10 milioni di nuovi operatori sanitari; rendere vaccini e terapie un bene pubblico globale.
In sostanza Oxfam vuole che i Paesi industrializzati si assumano, ancora una volta, l’onere di aiutare quelli in via di sviluppo. È con il loro denaro, in realtà soprattutto quello di una parte dei Paesi – Stati Uniti, Stati europei, Unione Europea – che da sempre l’Ong combatte la povertà attraverso l’erogazione di aiuti umanitari e la realizzazione di progetti di sviluppo.
In realtà però gli aiuti umanitari non sconfiggono la povertà, ne attenuano i disagi fornendo ai poveri ciò che non sono in grado di procurarsi. Se l’assistenza viene meno, chi la riceveva ripiomba nello stato di indigenza. In altre parole, chi viene aiutato resta povero, ma risente meno della mancanza di risorse. I progetti di sviluppo invece se hanno successo consentono alle persone alle quali sono indirizzati di diventare autosufficienti. Tuttavia molti progetti, sia per oggettive difficoltà sia, e più ancora, per scelte ispirate da ideologie antioccidentali – ostilità nei confronti del mercato, del modo di produzione capitalistico, del modello di vita occidentale – sono concepiti per superare la soglia di povertà, aggiungendo qualche risorsa a quelle limitate, irregolari e incerte che l’economia di sussistenza produce. Quindi chi ne beneficia continua ad avere bisogno di aiuto nella vita quotidiana e all’insorgere di difficoltà.
Quando si aggiornano i dati sulla povertà, seppure con giusta soddisfazione per il suo costante calo, non si spiega che chi ne supera di poco la soglia non è comunque in grado ad esempio di acquistare un paio di occhiali da vista, curare i denti, abitare in case e quartieri salubri e difficilmente si riprende da un incidente o riesce ad affrontare con i propri mezzi una crisi.
Ad aggravarne la situazione, la maggior parte delle persone di cui Oxfam e altre organizzazioni internazionali impegnate in interventi umanitari si preoccupano – Ong, agenzie Onu, fondazioni… – sono povere perché vivono in paesi male amministrati, in cui assistenza e previdenza sociale funzionano poco o sono assenti, in cui molte difficoltà dipendono dall’incuria, se non peggio, di chi controlla l’apparato statale: più che dalla mancanza di risorse, dal loro uso sconsiderato. Casi esemplari sono lo Zimbabwe, annichilito da decenni di politiche economiche deliranti, il Sudan del Sud, scampato alla persecuzione di un governo criminale solo per piombare due anni dopo la secessione dal Sudan in un cruento conflitto tribale, la Guinea Equatoriale, da 41 anni governata da una famiglia che considera e usa i proventi del petrolio di cui il paese è ricco come proprio patrimonio.
Per restare in Africa, ma vale per paesi di altri continenti, oltre agli scontri politici, religiosi, tribali che aprono crisi sociali ed economiche, governi e istituzioni sono responsabili delle emergenze sanitarie che sono conseguenza di condizioni abitative e di lavoro malsane, di denutrizione e malnutrizione e di sistemi sanitari inadeguati. Il fattore umano inoltre è all’origine anche di emergenze dovute a fenomeni atmosferici avversi di cui moltiplica i danni. Negli 85 Paesi più poveri del pianeta centinaia di milioni di persone si ammalano e molte muoiono a causa di malattie altrove scomparse o curabili e di cui è possibile prevenire l’insorgere, altrettante subiscono impotenti e abbandonate a se stesse inondazioni, siccità, uragani, persino invasioni di locuste.
Nella Repubblica democratica del Congo oggi le epidemie da combattere sono cinque: oltre al Covid-19, la malaria che nel 2019 ha colpito 1,5 milioni di persone, il colera, che è endemico, e di cui lo scorso anno si sono registrati più di 30mila casi, il morbillo che nel 2019 ha ucciso più di 6mila persone, in gran parte bambini, e ne ha contagiate 310mila, e infine Ebola,comparso nell’est nell’agosto del 2018 e forse finalmente sconfitto perché dal 3 marzo non si registrano contagi, ma devono trascorrere 42 giorni senza nuovi casi per esserne sicuri. L’Oms, in collaborazione con Unicef, Medici senza frontiere e altri organismi, nel 2019 in Congo ha vaccinato contro il morbillo 18 milioni di bambini, ha fornito mezzi, denaro e servizi rivolti alla popolazione e ha formato 60 operatori sanitari alle dipendenze del ministero della sanità congolese, ora in grado di svolgere una serie di servizi e attività. Per Ebola, Oms, Msf e altre Ong hanno creato dal nulla presidi, ambulatori, postazioni mobili, aiutati per la prima volta da un vaccino che ha consentito di contenere l’epidemia, il numero di ammalati e le vittime.
Che ne sarà di queste e di tutte le altre emergenze umanitarie precedenti al coronavirus, niente affatto risolte, ora che ogni Paese del pianeta deve pensare a mettere il proprio sistema sanitario in grado di far fronte all’epidemia e deve usare le risorse di cui dispone per arginare la crisi economica e sociale generata dal virus? Oxfam le firme dovrebbe raccoglierle per sollecitare i governi degli 85 Paesi più poveri a soddisfare le sue richieste. Dovrebbe farlo perché per la maggior parte non sono affatto Paesi poveri, al contrario. Dovrebbe farlo perché sarebbe giusto. Non lo fa perché sa che non gli darebbero ascolto e perché è abituato a pensare che debbano e possano provvedere i Paesi “ricchi”, come hanno sempre fatto.

Contro la povertà, Fernandez chiede aiuto ai preti

Contro la povertà, Fernandez chiede aiuto ai preti

Il presidente Fernandez chiede aiuto ai “Curas de villeros” di Buenos Aires, i sacerdoti che si prendono cura dei poveri, per capire il disagio sociale e intervenire adeguatamente contro la povertà. E sono gli stessi preti che hanno preso una posizione molto forte contro l'aborto, che lo stesso Fernandez sostiene.
Il progressista abortista Fernandez ricorre ai poveri parroci delle favelas di Buenos Aires per capire il disagio sociale e conta su di loro per alleviare le sofferenze dei più poveri e deboli. L’incontro convocato dal Presidente Fernandez lo scorso 25 marzo ed il seguito dei colloqui potrebbe segnare una svolta più generale? Facciamo un  passo indietro.
I “Curas de villeros” della grande regione di Buenos Aires, veri servitori degli ultimi, dei poveri e dei derelitti delle favelas della capitale argentina, con la veste lacerata dalla polvere, per dirla con Papa Francesco, nelle scorse settimane avevano per l’ennesima volta presentato un proprio documento durissimo e chiarissimo contro l’aborto e a favore della maternità, dopo aver presentato le loro posizioni lo scorso anno durante le discussioni parlamentari. Lo scorso 13 Marzo, dopo la decisione di Fernandez di accelerare la discussione e approvazione della liberalizzazione dell’aborto (poi sospesa per la pandemia), i “Curas de Villeros” avevano presentato un appello urgente e fermo contro l’aborto e la promessa di legalizzarlo da parte di Fernandez. Il testo, intitolato "Prendersi cura della vita, costruiamo i nostri quartieri: alcune considerazioni sul dramma dell'aborto", era stato presentato nella parrocchia di Caacupé, un quartiere di Buenos Aires a Barracas. «Vogliamo ancora una volta sottolineare l'impegno e l'apprezzamento della vita delle donne povere». In questo senso, sottolineano che «le donne dei nostri quartieri sono profondamente progressiste; non si lasciano sedurre dall'individualismo e assumono i valori della comunità nelle loro decisioni. Quando una donna umile dei nostri quartieri fa la prima ecografia, non dice “vado a vedere in che stato è l'embrione o questo mucchio di cellule” , ma dice “vado a vedere come sta mio figlio”. Quanto solida può essere la difesa di una vita umana se una legge può definire quando può essere eliminata o meno?».
I sacerdoti dei quartieri poveri dell'area metropolitana, dopo l’invito ricevuto, hanno informato il presidente Alberto Fernández che la pace sociale dipenderà seriamente dal rafforzamento dell'aiuto alimentare, ma anche economico. Lo hanno fatto durante un pranzo di circa due ore che ha condiviso con il presidente nella residenza presidenziale di Olivos. Non hanno taciuto nulla, nemmeno la loro ferma convinzione che l’aborto sia un omicidio inaccettabile e che la dignità umana inizi dal concepimento e termini con la morte naturale, anzi hanno ancora una volta ribadito che la loro missione e azione dipende dalla verità del Vangelo e dalla convinzione profonda di queste evidenze umane, oltreché che princìpi non negoziabili.
La situazione nei villaggi della regione di Buenos Aires, a seguito della quarantena nazionale dovuta all'avanzamento del coronavirus,  è una delle questioni che maggiormente preoccupano il Presidente Fernandez. Per questo motivo, ha deciso di convocare una delegazione di sacerdoti che sono in missione nelle favelas e nei quartieri più poveri dell’ampio tessuto urbano della capitale, i “curas de villeros”. Il loro impegno era già salito alle cronache nazionali ed internazionali lo scorso anno, quando erano stato ascoltati dal Parlamento ed avevano espresso con forza e chiarezza la loro assoluta contrarietà ad ogni legalizzazione dell’aborto. «Gli abbiamo detto che la pace sociale ha molto a che fare con l'aiuto fornito», ha dichiarato al Clarin uno dei parroci più attivi, il padre Pepe Di Paola, che lavora in una parrocchia situata in un enorme insediamento di José León Suárez, nel nord-ovest della Grande Buenos Aires.
Il padre De Paola ha affermato che il dialogo è stato "molto cordiale e rigoroso", durante il quale sono state analizzate "le difficoltà" negli insediamenti e le "modalità di soluzione". Inoltre, ha spiegato che i sacerdoti lo hanno esposto a tutto ciò che stanno facendo di fronte alla crisi sanitaria, come ad esempio la fornitura di letti nelle loro strutture per gli abitanti dei villaggi più anziani, che sono i più vulnerabili. Da parte sua, il padre Nicolás Angelotti, parroco dei quartieri di Puerta de Hierro e San Petersburgo e il 17 marzo bis, a La Matanza, aveva avvisato prima dell’incontro con il Presidente Fernandez che «se ci sono persone affamate nei nostri quartieri, queste vanno al lavoro senza curarsi di quanto si espongano e espongano tutti al coronavirus». La necessità di sfamarsi e sfamare i propri cari è la prima urgente necessità dei poveri. «Nei nostri quartieri, il problema sociale è unito al problema della salute, devono essere risolti di pari passo. Se non si risolve il problema sociale, non saremo in grado di prenderci cura della salute», ha sottolineato. E ha ricordato che «stiamo ricevendo un numero di nonni negli spazi comuni che abbiamo allestito come ospedale da campo». Questa è la Chiesa-Ospedale da campo reale, di cui spesso ha parlato Papa Francesco, nessun cedimento né ambiguità sui principi non negoziabili e servizio totale ai deboli e poveri.
In pochi giorni il coronavirus ha trasformato le cappelle e le scuole parrocchiali in mense o rifugi per gli anziani. «È l'alternativa che offriamo ai nonni che vivono affollati» nelle loro case, dice un sacerdote del villaggio che lavora nella Grande Buenos Aires. «Per quanto riguarda i nonni, cerchiamo di assicurarci che siano il più possibile sotto controllo medico», risponde. «Per quanto riguarda il cibo, stiamo distribuendo un numero crescente di vivande in contenitori usa e getta», aggiunge.C’è chiara la consapevolezza che la situazione potrebbe complicarsi se lo Stato non aumentasse gli aiuti alimentari e persino gli aiuti economici, come hanno spiegato tutti al Presidente Fernandez. «E’ necessaria anche una comunicazione realistica, senza messaggi frivoli», da parte delle autorità.
Questo incontro con i “Curas de Villeros" potrebbe segnare un cambiamento reale nel Presidente Fernadez, non solo per le politiche contingenti del Governo, ma anche per le politiche future, a partire dalla difesa della vita umana sin dal concepimento. Vedremo se sarà così, tuttavia c’è un dato da rilevare: Fernandez ha scelto il realismo, incontrato i più acerrimi oppositori alla liberalizzazione dell’aborto e non invece le grandi lobbies femministe e dei “diritti umani”’. Queste ultime in Argentina, come nel resto del mondo, hanno perso la lingua e certo non si sporcano le mani con vecchi, donne e bambini “infetti” e poveri.
Contro la povertà, Fernandez chiede aiuto ai preti