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venerdì 30 aprile 2010

CLAUDIO CARPINI, Storia della Lituania. Identità europea e cristiana di un popolo, Città Nuova, Roma 2007, 208 pp., € 16,00.



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Le origini della nazione lituana si perdono nelle nebbie del tempo: alle native genti baltiche si sostituirono popoli indo-europei di più recente migrazione, che ne sconvolsero i ritmi religiosi.
Se all’adorazione di divinità segnatamente femminili si sovrapposero altre di segno maschile, non mutò la venerazione per gli elementi della natura: alberi, boschi, fiumi, il sole, la luna… Insomma una solida struttura pagana, con riti e classi sacerdotali che officiavano nelle foreste, in particolare davanti agli alberi «sacri», che non potevano essere abbattuti. Tutto questo si trovarono dinanzi i primi cristiani, che si affacciavano ai limiti dell’estremo Nord…


Così Claudio Carpini, storico e ricercatore universitario, nonché allievo di Franco Cardini, introduce il suo ultimo libro Storia della Lituania. Identità europea e cristiana di un popolo.
Il volume fa parte della collana I volti della storia, diretta dallo stesso Cardini — che cura la prefazione del volume — e da Luigi Mezzadri.
Il paganesimo permeò profondamente il costume degli antichi baltici, tanto che ancora nel 1600, a oltre due secoli dalla conversione ufficiale della Lituania, si trovavano persone che ricordavano e descrivevano gli antichi riti pagani.
Il primo contatto con il cristianesimo non fu davvero entusiasmante: i territori che formano l’attuale Lituania confinavano con le terre germaniche, dove, con il tramonto delle crociate in Terrasanta alla fine del XIII secolo, si erano stabiliti i Cavalieri Teutonici e i Cavalieri Portaspada di Livonia, i quali nel giro di pochi anni finiranno assorbiti dai primi.
I Teutonici, che nel periodo della Riforma seguiranno l’opzione luterana contro la Chiesa cattolica, dimostrarono fin da subito un approccio aggressivo e sicuramente «poco pastorale» nei confronti dei baltici, che restavano nel XIII secolo ancora l’ultimo popolo pagano d’Europa. Nella prospettiva teutonica vi era più il senso dell’autorità politica — germe del futuro Stato prussiano — che il desiderio evangelico di far conoscere Gesù a genti ancora non credenti. I secoli XIII e XIV si trascinarono così in scontri e in battaglie che avevano molto di epico e di cavalleresco, ma ben poco di cattolico. Ciò nonostante, il cristianesimo lentamente iniziò a penetrare fra quei popoli, soprattutto in alcune famiglie della migliore nobiltà guerriera. Taluni di questi guerrieri, nota Carpini, furono spinti ad abbracciare il cristianesimo più per convenienza politico-strategica che per intima convinzione, in un continuo alternarsi di alleanze e di guerre con gli scomodi vicini Teutonici, che desideravano appropriarsi soprattutto di una provincia vitale per i loro interessi: la Samogizia, sita nella parte nord-occidentale del Paese baltico. Fu l’aumento dei prigionieri di guerra cristiani e l’arrivo sempre più frequente di mercanti tedeschi a introdurre effettivamente il cristianesimo in Lituania, e questa volta con modalità ben diverse. Così timidamente vi fecero la loro comparsa anche i primi frati francescani e i domenicani.
Nella fase di transizione dal paganesimo al cattolicesimo determinante fu l’anno 1385, quando con il trattato di Kreva si decise il matrimonio fra il Granduca Jogaila — il futuro Re di Polonia Ladislao Jagellone (1351?-1434) — e la principessa polacca e cattolica Jadwiga (1374-1399), venerata dalla Chiesa cattolica come Santa Edvige Regina ed eretta a patrona delle Regine e dell’Unione Europea, nonché patrona di Polonia.
Re Jagellone nel 1410, alla testa di un esercito polacco-lituano, travolse nella battaglia di Tannenberg i Cavalieri Teutonici, che da quel momento si avviarono sulla strada del declino. Nel 1416 al Concilio di Costanza l’ordine Teutonico fu portato sul banco degl’imputati dai lituano-polacchi per le crudeltà compiute nella provincia di Samogizia: i Cavalieri vennero accusati di costituire il principale ostacolo alla definitiva conversione del popolo baltico al cattolicesimo.
Dlla famiglia degli Jagelloni proviene anche il grande santo protettore della Lituania: san Casimiro (1458-1484), il cui culto fu ufficializzato da Roma all’inizio del XVII secolo, dopo che era già diventato popolarissimo fra i lituani.
L’unione fra i due popoli proseguì anche quando nella seconda metà del 1500 la dinastia degli Jagelloni — con Sigismondo Augusto (1520-1572) — si estinse. A seguito di febbrili trattative, il 1° luglio 1569, si giunse all’Unione di Lublino, in cui venne dichiarata la federazione fra i due Stati, il cui sovrano sarebbe stato sia Re di Polonia che Granduca di Lituania. Il parlamento era destinato a essere comune e vi avrebbero preso parte delegati di entrambi gli Stati. Erano previsti un solo sistema legale e un’unica moneta. Così in Europa questa realtà venne conosciuta come la «Repubblica delle due Nazioni», anche se il peso della Polonia tendeva a schiacciare la piccola Lituania. Alle ampie autonomie interne, che si estendevano da quelle della nobiltà a quelle delle comunità di villaggio, faceva da contraltare un debole ruolo dello Stato inteso in senso moderno, e un altrettanto debole ruolo internazionale. Comunque, fu questo il periodo più splendido della cultura e della vita sociale sia lituana che polacca, con il fiorire delle arti, degli studi, delle professioni, in un contesto sociale profondamente influenzato dal cattolicesimo, ma aperto, soprattutto in Lituania, alle professioni religiose diverse, in particolare all’ortodossia e al protestantesimo.
I gesuiti nelle università favorirono lo sviluppo della lingua lituana, per essere più vicini alla gente, mentre si moltiplicavano gli istituti di cultura e di educazione, gli ospedali e i luoghi di cura.
Un’altra data memorabile nella storia non soltanto della Lituania ma di tutta l’Europa fu l’incoronazione di Giovanni Sobieski (1624-1696) quale nuovo sovrano della Repubblica delle due Nazioni: alla testa di truppe polacche e lituane contribuì in modo determinante a fermare l’esercito turco davanti alle mura di Vienna nel 1683.
La Repubblica delle due Nazioni con i suoi territori posti nel cuore dell’Europa faceva gola agli avversari di sempre: russi e prussiani. Così, nonostante la Lituania e la Polonia avessero superato in modo sostanzialmente indolore il periodo delle guerre di religione a cavallo fra il XVI e il XVII secolo, nel 1766 l’assolutismo regio e l’incipiente illuminismo decretarono la fine dell’indipendenza lituano-polacca. La zarina di Russia Caterina II (1729-1796) e il re di Prussia Federico II (1712-1786), sovrani tanto assolutistici quanto imbevuti dei nuovi ideali illuministici, nel nome di un’astratta uguaglianza pretesero che le minoranze di ortodossi e protestanti godessero dei medesimi privilegi riservati alla maggioranza cattolica.
Era più che altro il pretesto che serviva ad aprire la crisi internazionale e a far intervenire le truppe russo-prussiane, che puntualmente oltrepassarono i confini sconfiggendo i cattolici polacchi. Fra le prime misure adottate vi fu la deportazione di due vescovi. Era l’inizio della fine, non solo dell’indipendenza politica ma anche del ruolo pubblico del cattolicesimo all’interno della società civile. Di lì a pochi anni, nel 1795, Russia, Prussia e Austria si spartirono il territorio della Repubblica delle due Nazioni: la parte lituana confluì quasi interamente nella zona di influenza russa.
I primi a pagarne le conseguenze furono i rappresentanti della Chiesa «unita» o uniate, e cioè di quella parte della Chiesa ortodossa che nell’ottobre del 1596 — con l’Unione di Brest Litovs’k —, pur conservando la propria liturgia, aveva riconosciuto formalmente la supremazia del pontefice romano.
Durante il regno dello zar Nicola I (1825-1855) la politica accentratrice russa cercò di realizzare nell’impero la triplice unità: religiosa (ortodossa), politica e nazionale.
Il governatore russo Sergey Ivanovich Muravev-Apostol (1796-1826) divenne tristemente famoso come l’«impiccatore di Vilnius».
Muravev iniziò la sua attività dichiarando che avrebbe impiccato qualche sacerdote, così che nel giro di quarant’anni non vi sarebbero stati più lituani né Lituania.
Lo stato d’assedio veniva giustificato dal fatto che i lituani — come del resto i polacchi — continuavano a festeggiare l’Unione di Lublino. La maggior parte dei monasteri venne chiusa e i beni ecclesiastici confiscati. Le misure anti-cattoliche prenderanno via via corpo, fino ad arrivare nel 1863 alla proibizione perfino dei caratteri latini a favore dell’alfabeto cirillico nella stampa di libri, giornali e testi liturgici: è il periodo del cosiddetto «bando della stampa» in lingua lituana, che durerà sino al 1904 e che porterà, per reazione, allo sviluppo del fenomeno dei «contrabbandieri di libri», quale estremo tentativo di mantenere in vita la cultura nazionale lituana. Nel 1904 il governo zarista, resosi conto della propria politica fallimentare, abolì il divieto di pubblicare in caratteri latini. Intanto andava maturando con sempre maggiore convinzione l’aspirazione all’indipendenza nazionale. Così, fra rivolte e rivoluzioni, in cui un peso sempre maggiore andrà acquisendo il movimento socialista, si giungerà alla Prima Guerra Mondiale.
Durante il 1914 e il 1915 il Paese fu campo di battaglia degli opposti eserciti di Russia e di Germania e venne completamente devastato, tanto che Papa Benedetto XV (1903-1922) avvertì la necessità di indire per il 20 maggio 1917 la Giornata Mondiale della Lituania: intendeva così attirare l’attenzione del mondo sulle immani sofferenze patite da quel popolo.
Dopo una prima dichiarazione d’indipendenza del 16 febbraio 1918 — riconosciuta solo dall’Impero germanico in funzione anti-russa —, nel 1919 la Lituania ottenne il momentaneo riconoscimento da parte della Russia ormai sovietica, e quindi quello internazionale.
In questo periodo importante fu l’intermediazione vaticana fra Polonia e Lituania, attraverso la nunziatura apostolica di Monaco di Baviera, guidata dal cardinale Eugenio Pacelli, il futuro Papa Pio XII (1939-1958). A dividere le due antiche nazioni sorelle restava il problema di Vilnius, capitale morale del Paese, ma rivendicata dai polacchi in quanto la maggioranza della popolazione della città era proprio di nazionalità polacca. Nell’ottobre del 1920, sulla scia della vittoria polacca sull’Armata Rossa, miracolosamente fermata sul fiume Vistola, Varsavia strappò Vilnius ai lituani, che si videro costretti a proclamare Kaunas capitale provvisoria del Paese.
Il periodo fra le due guerre mondiali fu caratterizzato comunque da una relativa tranquillità, che consentì il rilancio dell’associazionismo cattolico, con notevoli risvolti sociali e culturali. La stampa cattolica in particolare crebbe moltissimo negli anni dell’indipendenza: nel 1935 si contavano 28 periodici cattolici, con un totale di oltre 7 milioni di copie circolanti. La Società di San Casimiro, che fu la più grande casa editrice dell’epoca, non a caso fu fra le prime imprese ad essere nazionalizzate dopo l’occupazione sovietica. Lo «scellerato» patto Ribbentrop-Molotov del settembre 1939 aveva previsto, infatti, che la Lituania e gli altri Stati baltici dovessero gravitare nell’area di influenza sovietica.
La Lituania, con il miraggio della restituzione di Vilnius, fu di fatto costretta a firmare patti di mutua assistenza con l’Unione Sovietica, che installò basi militari nel Paese. Così, bastò solo un pretesto perché, nel giugno del 1940, l’Armata Rossa invadesse la Lituania, l’Estonia e la Lettonia: «Una volta occupato il territorio, i sovietici organizzarono subito la struttura dell’Nkvd (sigla che dopo la guerra sarebbe stata cambiata per la ben più tristemente nota Kgb), guidata dal segretario del Partito comunista lituano Ananas Snieckus» (p. 143).
Un decreto impose la separazione fra Stato e Chiesa, preludio delle solite misure vessatorie: chiusura dei seminari, proibizione della stampa cattolica, divieto di insegnare la religione nelle scuole, abolizione del concordato con la Santa Sede… Nei primi giorni di giugno del 1941 iniziarono le deportazioni di massa verso la Siberia — almeno 35.000 persone, ma molti di più furono i deportati estoni e lettoni —, deportazioni bloccate quasi sul nascere dall’invasione tedesca alla fine dello stesso mese di giugno.
Ma ben presto i liberatori rivelarono le loro reali intenzioni. Instaurata un’amministrazione civile, si calcola che «[…] oltre 50.000 persone venissero giustiziate durante l’occupazione tedesca. […] Il terrore nazista si concentrò soprattutto contro gli Ebrei: alla fine dell’occupazione tedesca, nel 1944, il 90% degli Ebrei locali (circa 200.000 persone) era stato sterminato» (p. 145).
Nel 1944, con il crollo delle forze tedesche, la Lituania venne riconquistata dall’Armata Rossa e inglobata nell’Urss, con la conseguente persecuzione di tutti coloro che erano considerati, a torto o a ragione, collaborazionisti dei nazisti.
Alla conferenza di Potsdam nel luglio del 1945 furono tacitamente riconosciuti i confini stabiliti dal patto Ribbentrop-Molotov, per cui i Paesi baltici vennero «consegnati» dagli Alleati all’Unione Sovietica: «Si calcola che nei primi cinque anni di occupazione sovietica, il numero delle vittime del genocidio abbia superato il milione di individui, oltre un terzo della popolazione lituana. […] Il contemporaneo trasferimento di funzionari militari e civili russi in tutto il baltico modificò sensibilmente il quadro etnico delle tre repubbliche sovietiche, e dunque anche della Lituania» (p. 146).
Ma in quegli stessi anni veniva organizzata la resistenza contro il comunismo: sia quella passiva, che coinvolgeva tutta la popolazione — per esempio si continuavano a celebrare solennemente e clandestinamente tutte le festività religiose e nazionali —, sia quella attiva. Così, migliaia di uomini e di donne si unirono nelle formazioni partigiane autonome de I Fratelli del Bosco, organizzazione che arrivò a contare fino centomila membri. L’Unione Sovietica dovette impiegare truppe regolari e milizie composte da delinquenti comuni per averne ragione. La collettivizzazione delle terre nel 1949 eliminò inoltre le piccole proprietà contadine, che sostenevano gli insorti.
Al clero cattolico fin da subito fu imposto di presentarsi alle autorità per giurare fedeltà al governo sovietico e per impegnarsi a fare periodici e dettagliati rapporti sulla vita dei propri fedeli. Centinaia di sacerdoti per il loro fermo rifiuto vennero imprigionati e poi deportati in Siberia: «Il clero lituano venne perseguitato con una durezza inaudita: quasi tutti i sacerdoti avevano conosciuto il campo di concentramento, le prigioni, gli interrogatori e gli arresti» (p. 148).
Nonostante la morte di Stalin (1878-1953) permettesse di attenuare la violenza poliziesca, anche negli anni successivi la persecuzione continuò. Gli anni 1970 videro la Chiesa e il popolo lituano impegnati a testimoniare le condizioni nelle quali erano costretti a vivere: nel dicembre del 1971 un gruppo di cattolici inoltrò un impressionante memorandum sulla repressione religiosa in Lituania direttamente al Segretario Generale delle Nazioni Unite. In queste stesse circostanze nasceva un periodico clandestino destinato a scuotere il sempre timoroso Occidente: La cronaca della Chiesa cattolica in Lituania, un resoconto particolareggiato e aggiornato sulle vittime della violenza comunista.
Il 25 novembre 1976 si costituiva a Vilnius il «Gruppo sociale di Lituania in appoggio all’osservanza degli accordi di Helsinki» (1973-1975), quale osservatorio indipendente per monitorare il rispetto dei fondamentali diritti umani. Ma la testimonianza più impressionante degli anni dell’occupazione sovietica è sintetizzata dalla vicenda della «Collina delle Croci», situata presso Šiauliai, nel nord del Paese. Le prime croci erano state piantate al tempo dell’occupazione zarista del 1831. Agli inizi del XX secolo la Collina era già conosciuta come luogo sacro, meta di pellegrinaggi. La sua importanza tuttavia crebbe proprio durante gli anni dell’occupazione sovietica, quando divenne un santuario del dolore popolare, formato da migliaia di croci piantate da anonimi fedeli: «L’impressionante groviglio di croci venne più volte distrutto dai sovietici. […] Fino al termine dell’occupazione sovietica il luogo venne strettamente sorvegliato dall’esercito e dal KGB, ma ogni volta che le croci venivano distrutte, ne venivano piantate di nuove» (p. 153).
Nella seconda metà degli anni 1980, con l’avvento di Mikhail Gorbacev e con il suo disperato tentativo di portare il socialcomunismo fuori dal pantano economico e sociale, i popoli baltici presero ulteriore coraggio e costituirono dei liberi Fronti Democratici determinati a chiedere l’indipendenza. Il 23 agosto 1989 si svolse la più grande protesta che avesse coinvolto un Paese sovietico: oltre due milioni di persone parteciparono alla catena umana che attraversò i tre Stati baltici, attirando su di sé l’attenzione del mondo intero.
Ma, nonostante le prime libere elezioni del 1990 venissero vinte dal Fronte popolare (Sajudis), ancora nel gennaio del 1991, sotto la presidenza Gorbacev, i Lituani subirono una durissima repressione sovietica, che costò quattordici morti e molti feriti e distruzioni. Soltanto con l’avvento alla presidenza russa di Boris Eltsin (1931-2007), fermo sostenitore dell’indipendenza degli Stati baltici, si giunse alla data del 17 settembre 1991, quando la Lituania, riacquistata la propria indipendenza, diventava formalmente membro delle Nazioni Unite: «Se dopo mezzo secolo di atrocità i lituani potevano ancora rivendicare la loro appartenenza all’Europa e la loro coscienza nazionale, ciò era dovuto in larga misura alla presenza della Chiesa: negli anni più bui la Chiesa cattolica aveva saputo rappresentare le istanze di tutto il popolo lituano, preservando una coscienza nazionale e soprattutto continuando a far vivere una speranza» (p. 156).
Nell’ultimo capitolo del volume — Le sfide del nuovo millennio — Carpini esamina l’eredità che la Chiesa del Silenzio ha lasciato alla Lituania di oggi. Un’eredità prestigiosa, fondata sul sangue dei martiri, che ha consentito negli anni 1990 un ruolo anche pubblico di preminenza del cattolicesimo, professato da circa l’80% della popolazione. La nuova Costituzione riconosce la Chiesa cattolica fra le nove religioni tradizionali, cui viene concessa piena libertà d’azione, l’insegnamento nelle scuole, l’assistenza spirituale nelle forze armate, vari sgravi fiscali relativi a servizi connessi con la propria attività.
Ovviamente non sono mancati, e non mancano, specie negli ultimi anni, i problemi. La Chiesa si è dovuta confrontare con il secolarismo, con il New Age, con rinate forme di neo-paganesimo e di occultismo. Problemi noti e comuni in tante parti del mondo.
Quello che resta, conclude Claudio Carpini, è la capacità del cattolicesimo lituano di convivere e collaborare proficuamente con altre religioni e con altre credenze, come già avvenuto nel passato, senza però rinunciare ad affermare la propria identità, che, lo si voglia o no, è anche identità nazionale e genuinamente europea.
Non a caso, nella retro-copertina del libro, viene riportata la frase della grande archeologa lituana Marija Gimbutas (1921-1994), dal saggio The pre-christian religion of Lituania, contenuto nel volume del Comitato Pontificio di Scienze Storiche, La cristianizzazione della Lituania (Atti del Colloquio internazionale (Roma, 24-26 giugno 1987), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1989), secondo cui «a dispetto del gioco crudele della storia, la Lituania oggi sboccia come un fiore cristiano».

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